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Benedetto Tatangelo
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Benedetto Tatangelo si accostò alle note musicali nel 1900, all'età di undici anni. Suo padre Vincenzo, commerciante del borgo, benché amante della bella musica, voleva tenerlo lontano dalla banda per avviarlo nel campo del commercio dei vini, forte del detto vocale secondo il quale: "Chi vuole i figli poverelli deve allevarli bandisti o acchiappauccelli". Ma Benedetto, il quale aveva ripreso il carattere mite e per niente affaristico della madre, andò ad iscriversi alla scuola di musica, all' insaputa del genitore, tenuta da un anziano ex suonatore di clarino. Frequentava la quinta elementare con il maestro Elia De Medici ed a lui chiese consigli. 
 
Questi gli ripeté la frase del padre, aggiungendo che un avvenire sicuro e solido non poteva essere fondato esclusivamente sulla musica, ma per costruirsi un futuro economicamente tranquillo era necessario dedicarsi a qualche attività artigianale, tenuto conto che il ragazzo era restio a seguire le orme del genitore. Il padre era noto in paese per la ricercatezza nel vestire. Si contavano sulle dita di una mano i balsoranesi distinti che si facevano confezionare gli abiti da un grande sarto di Roma, ma mentre costoro vivevano nell'abbondanza di mezzi finanziari, il commerciante Vincenzo, a volte, si ritrovava a fare i salti mortali per la quadratura dei conti. Pensò, pertanto, di mandare il ragazzo, ormai quindicenne, ad imparare il mestiere presso questo maestro dell' eleganza maschile ed egli, della decisione paterna, fu molto contento. Nel frattempo aveva imparato a suonare il clarino in modo straordinario, tanto è vero che il maestro gli affidò la parte di solista concertista. 
  
E quando dovette abbandonare al banda per trasferirsi a Roma provò non poco rammarico pur se condusse con sé lo strumento musicale. La permanenza nella capitale ebbe al durata di appena due anni ma ciò non gli impedì di imparare il mestiere che, in seguito, esercitò con notevole talento. Tornando a Balsorano per le festività natalizie conobbe e si fidanzò con Lauretta. Nelle ore serali di libertà incominciò a frequentare gli ambienti delle orchestrine della città e questo fatto gli fece approfondire le conoscenze musicali fino a portarlo a costituire un complessino di una diecina di elementi. Per lui si stava profilando un avvenire di buoni successi sia sotto il profilo professionale sia come musicista, ma un giorno ricevette la visita di un compaesano, da poco tornato dall'America, il quale si era impossessato della conduzione finanziaria della banda come un mecenate ma lo scopo recondito fu quello di poterla amministrare lucrandovi sopra. 
  
Costui si mise subito all'opera per rimettere insieme quei pochi musicanti disponibili i quali, senza l'ausilio di un maestro di musica, andavano in giro nei paesi, prestando la loro opera per i soli intrattenimenti antimeridiani. Infatti non potendo, il Comune, stipendiare il maestro, i migliori musicanti di Balsorano si erano trasferiti in altre bande più prestigiose. Il faccendiere tentò di richiamarli in sede ma, non riscotendo fiducia, rifiutarono tutti. Benedetto, invece, lasciandosi ammaliare dalle corpose promesse fatte dal manigoldo abbandonò Roma per tornarsene a Balsorano. Qui apri subito un laboratorio di sartoria che gli dette grande soddisfazione ed un buon reddito, ma come musicante subì una grossa delusione perché i conti della banda presentavano in ogni caso soltanto spese ed i compensi ai componenti venivano sempre rinviati. Ormai economicamente indipendente dal padre, sposò Lauretta all'età di diciotto anni non ancora compiuti. Per qualche anno rimase fuori dalla banda rabberciata dal mecenate imbroglione dando, nelle ore libere, lezioni di musica per conto proprio. 
  
Nell'anno 1910, con l'arrivo del maestro Pasquale De Marco, assunto dal Comune per la ricostituzione di una buona banda, Benedetto Tatangelo riprese l'attività musicale come primo clarino solista. Furono, per lui, anni di grandi soddisfazioni perché oltre ad essere il clarino concertista, sostituiva spesso il maestro De Marco nella direzione della banda. Ma il terremoto del 1915 e la prima grande guerra mondiale posero fine ai suoi sogni di benessere e di prestigio. Lo ritroviamo infatti, a fine anno 1915, in un campo di concentramento posto alla periferia di Klagenfurt in Carinzia dove trascorre circa due anni tra fame e pidocchi. Il pensiero di aver dovuto lasciare la moglie incinta e, per di più, accampata sotto le tende costruite per i terremotati del paese natio non gli dà pace. Trascorre le giornate nell'apatia e nello struggimento; rifiuta quel poco di cibo che giornalmente gli viene somministrato ed in poco tempo si riduce a pesare quaranta chili. 
  
Per denutrizione viene ricoverato nel locale ospedale militare dove ha la ventura di incontrare un ufficiale medico austriaco amante della musica di Strauss e di Schubert. Tra una visita e l'altra Benedetto racconta la sua vita di bandista e di sarto; parla della distruzione del suo paese e della moglie gravida costretta a vivere sotto una tenda e l'ufficiale, mosso a compassione, gli affida l'incarico di rattoppare i camici del personale ospedaliero e, successivamente, anche i vestiti personali e dei componenti la sua famiglia. Entrato nelle simpatie della moglie dell' ufficiale medico, Benedetto viene trattato alla stregua di un componente del nucleo familiare. Gode di una certa libertà di movimenti e ciò gli dà la possibilità di formare una orchestrina mista italo-austriaca che rallegra le serate monotone degli ufficiali, loro congiunti ed amici. Per queste prestazioni è retribuito, di rado, con qualche scellino ma, in compenso, oltre ad essere libero di entrare ed uscire dall'ospedale e dal campo di concentramento a suo piacimento, ha la prerogativa di usufruire, sia pure in maniera limitata, dei pasti degli ufficiali medici e ciò nel clima di una guerra che per l'Austria si delineava ormai perduta. 
  
Per il capodanno del 1918 nel circolo degli ufficiali di Klagenfurt furono organizzati, malgrado lo stato di guerra, imponenti festeggiamenti. Benedetto Tatangelo venne avvertito che l'orchestra avrebbe dovuto suonare per tutta la notte ed egli mise in programma, oltre ai soliti valzer, mazurke e polche, anche alcune marce sinfoniche e militari. Allo scoccare della mezzanotte e a luci spente l'orchestrina esegui l'Ave Maria di Schubert e tutti i presenti piansero di commozione. Immediatamente dopo, un anziano alto ufficiale austriaco, ubriaco al punto di non tenersi in piedi, chiese l'esecuzione della marcia di Radetzky che gli orchestrali eseguirono magistralmente. Al termine lo stesso ufficiale, alzandosi a malapena in piedi, gridò: Viva l'Austria e abbasso l'Italia! e tutti i presenti applaudirono, in piedi. 
  
Di rimando Benedetto fece eseguire la Marcia Reale ed il più anziano degli orchestrali, prigioniero italiano del campo di Klagenfurt, urlò: Viva l'Italia e abbasso l'Austria! Benedetto impallidì e tremò di paura ma si rinfrancò non appena scrosciarono altrettanti applausi. Con la fine della guerra rientra in Italia e si avvede della presenza della figlia, di tre anni, che egli immaginava fosse nata ma non ne aveva mai avuto conferma durante il servizio militare e la lunga prigionia. Riprende subito l'attività lavorativa e la scuola di musica e negli anni 1920-1921 si alterna con il maestro Alessandro Siciliani nella direzione della banda locale. 
  
Carlo Scoppetta, chiamato dal Comune per la formazione di una banda degna delle tradizioni musicali di Balsorano, lo volle primo clarino concertista negli anni 1922-1923 e nell' anno successivo, andato via costui, è ancora Benedetto a dirigere la banda di consistenza però più modesta. Siamo negli anni di crisi delle amministrazioni comunali. Il Comune, invece che dal podestà, viene retto costantemente da commissari prefettizi ai quali poco interessano le sorti del concerto bandistico locale che sopravvive caparbiamente per la passione dei singoli musicanti. Ora Benedetto dirige una cosiddetta bandarella pur continuando ad impartire lezioni di musica a ragazzi desiderosi di imparare a suonare qualche strumento musicale. E' in costante contatto con Manfredo Siciliani, con il quale è legato da vincoli di parentela ma, soprattutto, da profonda amicizia, e nell'anno 1929, allettato da un vantaggioso contratto, si trasferisce, con la famiglia, a Marano Equo (Roma) per assumere la direzione di quella banda e per svolgere l'attività di sarto, in considerazione del fatto che qui non esisteva alcun artigiano che svolgesse questo mestiere. 
  
Il cambiamento di residenza rappresentò una felice soluzione perché all'arrivo ebbe la sensazione che tutti quei paesani lo stessero aspettando. Dal Comune ebbe, a titolo gratuito, un appartamento ammobiliato e come sarto dovette assumere un paio di lavoranti per la gran mole di lavoro che, man mano, andava sempre aumentando. Ma quello che lo colpi maggiormente fu l'innata predisposizione dei giovani allievi all' apprendimento della musica. ciò gli dette la possibilità di costituire un concerto musicale giovanile, gradevolmente affiatato e intonato e che destava ammirazione in tutti i paesi dove veniva chiamato per le prestazioni. Anch'egli, come buona parte dei maestri di banda affermati, si cimentò nella compilazione di marce sinfoniche scrivendo Marano, Pallida Luna, Maramao ed altre che venivano eseguite dalla banda da lui diretta e da altre della zona. 
  
Chi conosceva intimamente Benedetto Tatangelo aveva subito l'impressione che la sua musica fosse ispirata alla visione delle montagne e della terra del suo paese pur se camuffata con nomi inconsueti. Infatti spesso era assalito da nostalgia del borgo che l'aveva visto nascere ma si guardava bene dall'esternarlo alla moglie ed alla figlia. E poi vi era di mezzo il fatto che economicamente non era mai stato cosi bene e ciò aveva sicuramente un peso determinante. Il destino volle che alla fine dell'anno 1930 un giovane del luogo si invaghì pazzamente della figlia quindicenne. La seguiva in ogni dove e non vedendola uscire aveva l'ardire di andare in casa con la scusa di farsi confezionare dei vestiti. A Benedetto, gelosissimo della sua figliuola, il fatto tolse la tranquillità ed il sonno. Affrontò più volte il giovane ma questi mostrava sempre più audacia e sfrontatezza. Ed una notte, d'accordo con la moglie, prese la decisione che andava meditando da tempo: scappare di nascosto diretti a Balsorano e, cosi, la bella favola vissuta per due anni a Marano Equo ebbe termine. Riprese l'attività di sarto nel proprio paese ed il commissario prefettizio dell'epoca gli affidò l'incarico, dietro modesta retribuzione, di riprendere la scuola di musica per gli allievi e di riorganizzare la banda. Ma l'anno dopo, come abbiamo visto in precedenza, lo stesso commissario, ipotizzando la ricostruzione di una grande banda da giro, affidò di nuovo l'incarico di maestro a Carlo Alberto Scoppetta, fatto venire appositamente da Ventimiglia. 
  
All'inizio Benedetto decise di rimanere fuori da questa nuova e consistente realtà, ma dietro le insistenze del maestro, il quale gli offri anche una comparanza facendogli battezzare una figlia nata a Balsorano, decise infine di aderirvi suonando il clarino sib. Distrutta la banda di Balsorano per le note vicissitudini degli strumenti musicali con la ditta Caruana, Benedetto trascorre gli anni 1937 e 1938 come primo clarino concertista della Grande Banda Città di Sora. Infine, nel dopoguerra, chiude la sua movimentata carriera musicale con la banda di Alvito dove inizialmente suona il clarino sib e poi, su esplicita richiesta del maestro Creati, la cassa. Benedetto Tatangelo, avendo ereditato il carattere mite della madre, è stato un autodidatta di grande ingegno ma esageratamente riservato e di poche pretese. Nel campo musicale, con un po' di iniziativa e di orgoglio in più avrebbe sicuramente raggiunto traguardi di gran lunga più rilevanti.
 

Testi tratti dal libro La Banda musicale

 

 
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