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Il maestro Manfredo Siciliani
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Il maestro Manfredo Siciliani nacque a Balsorano alle ore cinque pomeridiane dell'otto aprile 1883 da Casimiro e da Loreta Domenica Mattiucci, nella casa posta in Vico delle Rocce. Il padre Casimiro era un raffinato artigiano delle scarpe, il quale annoverava tra la sua clientela l'anziano Ernesto Lefebvre, conte di Balsorano ed, in seguito, anche la famiglia del marchese Don Pedro Alvarez de Toledo, succedutagli nella proprietà del castello medioevale. Ma anche i signori di Balsorano e cioè i possidenti e i proprietari terrieri fruivano della sua opera. Casimiro era il flicorno tenore solista della banda musicale di Balsorano ed il piccolo Manfredo, secondogenito di sei figli, a cinque anni e prima ancora di imparare a leggere e a scrivere, conosceva già il pentagramma e le note musicali. 
  
Egli era affascinato dalla scala cromatica, quando i suoi coetanei, anch'essi figli di musicanti, badavano soltanto ad emettere suoni sgradevoli dagli strumenti dei genitori. Iniziò a frequentare la scuola elementare con il maestro Elia De Medici, il quale, spesso, durante le lezioni, lo sorprendeva con alcune partiture musicali nascoste tra i quaderni. L'allora direttore della banda, maestro Mancini, lo prese sotto la sua protezione e nel giro di qualche mese Manfredo si appassionava già a comporre, sopra grossolani pentagrammi tracciati da lui, motivi di marce senza senso che, a modo suo, canticchiava imitando gli strumenti musicali, sia all'insegnante di musica sia ad altri bandisti. A dodici anni conosceva il solfeggio alla perfezione ed aveva imparato a suonare tutti gli strumenti della banda, ma il padre, per lui, aveva progettato un avvenire ben diverso da quello musicale. 
  
Il fatto che cinque figli, dei quali quattro di sesso maschile, pesavano sensibilmente sulla economia familiare e la moglie era di nuovo incinta, indusse Casimiro a mandare Manfredo in seminario. Come nei buoni casati di allora, un prete in famiglia era motivo di orgoglio e di soddisfazione ed anch'egli, pur se a vari livelli al di sotto di tali famiglie, ma dall'esistenza assai dignitosa, accarezzò l'ambizione di far vestire l'abito talare ad un figlio. Il ragazzo si incamminò sulla strada indicata dal genitore senza entusiasmo. In seminario il giovanissimo Manfredo era felice soltanto quando, in chiesa, poteva ascoltare l'organo. Resiste appena un anno e alle vacanze estive, dopo aver chiarito con i genitori l'intenzione di non tornare in seminario, si inserisce nella banda locale come suonatore di flicorno tenore. 
  
E' il più giovane bandista e, come conoscitore di musica, certamente il più bravo. Nelle marce che si eseguono apporta, nella sua partitura, alcune variazioni di controcanto che riescono più gradite e più orecchiabili. Alla riapertura dell'anno scolastico il padre ripropone l'idea del seminario, ma egli lascia capire che per poter dare sfogo alle sue intuizioni musicali ha bisogno dell'aria aperta, del cielo stellato; gli necessita l'ascolto dello stormire delle foglie, il bisbiglio dell'acqua che scorre nei torrenti, il soffio del vento, il belare degli armenti ed il canto degli uccelli. Vede nel pentagramma questi ingredienti e incominciò ad elaborare le prime timide composizioni. A sedici anni, su consiglio e dietro le insistenze del cugino Ulisse Siciliani, già al terzo anno di corso, si iscrive anch'egli al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. 
  
Dai docenti viene subito notato per l'acume innato che dimostra verso l' elaborazione di marce per bande e di musica sinfonica. Compone diverse partiture che, dagli stessi docenti, vengono passate, per l'esecuzione, ad alcuni concerti bandistici della provincia di Roma. Durante il periodo di studio al conservatorio egli, tutto preso dal desiderio di apprendere e conoscere, non toccò mai il flicorno tenore, suo strumento preferito. Dopo aver conseguito, con il massimo dei voti e la lode, i diplomi di composizione e strumentazione è chiamato a prestare il servizio militare di leva. Ormai il giovane Manfredo è lanciato verso un avvenire pieno di soddisfazioni e quella interruzione risultò non poco sgradita. Tuttavia, dopo qualche mese, venne notato dal maestro della banda reggimentale il quale, inizialmente gli affidò l'incarico di suonare il trombone a tiro solista e, successivamente, quello della strumentazione delle parti. 
  
In mezzo alla banda del reggimento Manfredo godeva di grande prestigio; nei momenti di libertà componeva nuove marce di stile militare, che poi distribuiva, con il consenso del maestro, agli altri componenti. Particolarmente orecchiabile e solenne risultò "Tempo di Marcia", dal ritmo vigoroso e marziale, per cui il direttore non potette farne a meno di inserirla nel repertorio. Il fronte di guerra e la prigionia distrussero, in seguito, lo spartito e tale fu il rincrescimento provato dal maestro Siciliani che non volle più riproporlo. Un episodio che egli raccontava spesso e lo commuove va ancora, accadde al raduno nazionale delle bande militari del 1914 che, quell'anno, si tenne a Venezia. Parteciparono oltre dieci bande, con l'impegno che l'una non doveva esibirsi in opere già suonate dalle altre. Il direttore della banda del suo reggimento mise in programma La Traviata di Verdi, che venne eseguita con notevole precisione e maestria specialmente quando il giovane Siciliani suonà con grande sentimento e con voce eccelsa "Parigi o cara!" Da parte del numeroso pubblico presente parti una ovazione, mentre i componenti della giuria, ammirati da tanto valore, si domandavano chi potesse essere quel musicante. 
  
Faceva parte dei giudicanti anche Ulisse Siciliani il quale, non avendolo riconosciuto esclamò: Certamente sarà qualche bandista abruzzese; solo quella terra può generare tali talenti. Era presidente della commissione un vecchio generale in pensione, appassionato cultore di musica lirica, il quale espresse il desiderio di far salire sul palco dei giudici lo sconosciuto e giovane esecutore. Non appena Ulisse lo riconobbe, esclamò agli altri componenti: Non mi ero sbagliato: egli è mio cugino, autentico musicante abruzzese di razza! Inutile precisare che la banda del reggimento di cui faceva parte Manfredo Siciliani vinse il primo premio. Al militare Manfredo Siciliani spettava il congedo il trenta giugno dell'anno 1915 ed egli attendeva quel giorno con grande trepidazione. Il ritorno alla vita civile avrebbe dato al giovane musicista la possibilità di dedicarsi completamente alla composizione di sinfonie e marce per bande e, magari, anche la possibilità di dirigere qualche concerto musicale già affermato, ma il 24 maggio 1915, inizio della prima guerra mondiale, rappresentò la fine temporanea dei suoi sogni. 
 
Passò all'istante dal trombone a tiro al fucile modello 91 e dopo qualche giorno il suo reggimento era al fronte. Nei rari momenti di riposo non se ne stette inoperoso. Bastava che rimediasse un foglio di carta e, sul pentagramma da lui tracciato, riportava musicalmente le sensazioni che gli derivavano dallo scoppio delle granate, dagli spari dei fucili, dal lamento dei feriti e dal pianto dei più pavidi. La sua bravura nel campo musicale non poteva passare inosservata ed infatti, in un turno di riposo dalle linee del fronte, venne incaricato della direzione dell'unica banda musicale militare in attività e cioè quella della 10' Divisione Zona di Guerra. 
  
Ma anche questa istituzione poco dopo subì la sorte delle altre bande militari ed i componenti tornarono al fronte. Venne fatto prigioniero dagli austriaci nel giugno 1916 in una delle battaglie dell'ïsonzo ed internato in i un lager nei pressi di Vienna. I primi giorni li trascorse, inoperoso, avvilito ed abulico, con il pensiero rivolto ai genitori ed ai fratelli Alessandro e Temistocle, anch'essi al fronte. Poi, da buon italiano, con gesti e qualche parola in tedesco, fece capire ai suoi sorveglianti che intendeva fare qualsiasi lavoro pur di poter avere la possibilità di maneggiare qualche scellino per acquistare carta da musica, inchiostro e penna. Qualche tempo dopo, insieme con altri quattro prigionieri italiani, fu mandato a sbucciare patate in un grande albergo viennese, dove era stata programmata una festa danzante. Nell'intervallo fra un valzer e l'altro, Manfredo riuscì a raggiungere il palchetto dell'orchestrina, dicendo che era un musicista italiano e voleva essere messo alla prova, suonando il trombone a tiro. 
  
Vedendolo con la divisa militare quasi a brandelli tutti risero, ma il direttore, il quale prima della guerra era stato in Italia ed aveva suonato con l'orchestra del Teatro dell'Opera, ricorrendo al trucco di fargli mutare abito con un orchestrale, gli affidò il trombone a tiro di costui. Venne eseguito "Sulle onde del Danubio" e da quel momento Manfredo fu richiesto da molte orchestre. Nella sua qualità di prigioniero di guerra non era facile ottenere dei permessi per uscire dal lager, ma l'intervento di un anziano compositore austriaco fece in modo che egli potesse essere presente sia alle prove sia ai concerti. Nei primi tempi era accompagnato da due soldati austriaci, poi soltanto da uno ed infine lo facevano uscire sulla parola. Manfredo, in questa circostanza, mostrò tutto l'altruismo e la nobiltà d'animo di cui era dotato. Con i pochi scellini che percepiva come compenso acquistava tutti gli avanzi dei banchetti e dei ricevimenti che portava ai suoi sventurati commilitoni prigionierie le benedizioni di questi lo spronavano e gli davano la forza per acquisire nuove conoscenze e migliorarsi musicalmente. 
  
Oltre che con diversi compositori e musicisti austriaci, Manfredo Siciliani ebbe contatti, alle fine del 1916 con il celebre Max Reger - ultimo dei musicisti romantici tedeschi ed il primo che avviò la musica sulla strada delle dottrine oggettivistiche il quale, qualche mese dopo cessò di vivere a soli 43 anni. Da lui, poco prima che morisse, ebbe modo di apprendere le forme musicali che, a parte qualche rara eccezione, parevano definitivamente cadute nell'oblio: la fuga, la ciaccona e la passacaglia. La fuga è una parte musicale che riproducendo e intrecciando alternativamente il tema o frammenti di esso, dà al brano la sensazione di inseguimento e di evasione. La ciaccona riguarda, invece, un componimento musicale a misura ternaria; il primo tempo forte è marcato dal basso; la melodia entra nel secondo tempo. La forma musicale della passacaglia è un susseguirsi di variazioni su un basso perseverante di otto, quattro o due misure. 
  
Al termine del conflitto mondiale Manfredo Siciliani, dietro le insistenze del famoso compositore austriaco Waltoisell preferì restare a Vienna fino al dicembre 1920. E in questo legame di amicizia si è formato il suo carattere musicale, le cui composizioni presero a modello le forme popolari rivisitate dal contrappunto e cioè dall'arte di associare in un complesso armonico ed elegante parecchie melodie diverse, contemporaneamente e successivamente, tanto se affidate a voci distinte, quanto se eseguite da un solo strumento. In tali stesure egli ha saputo estendere efficacemente le sue conquiste stilistiche ad una più ampia espansione tematica, per arrivare al una cospicua freschezza creativa. In quegli anni le composizioni sono tutte orientate verso il valzer, le polche e i minuetti, secondo l'uso mitteleuropeo ed egli vi si adegua con elaborati leggeri ed orecchiabili. Tornato in Italia è chiamato dal Comune di Villavallonga per istituire una scuola di musica e dirigere la banda. Qui rimase per qualche anno, portando con sé i fratelli Temistocle ed Eliseo, virtuosi suonatori di flicorni baritono e tenore ed elevando quel concerto musicale ad un livello di tutto rispetto. Tornando saltuariamente a Balsorano ebbe occasione di incontrare una bellissima e delicata ragazza; era la dolce e riservata Luisa Silvi che sposò il 5 febbraio dell'anno 1921.
  
Contemporaneamente inizia una proficua collaborazione con il poeta dialettale abruzzese Vittorio Clemente, scrivendo la musica di numerose canzoni. Tra le tante La canzone de lu pecuràle, La Pumpusèlle, Quande cala lu sole furono quelle che ebbero maggior successo. Quest'ultima consegui il primo premio alla Maggiolata Abruzzese di Ortona a Mare. Oltre alle numerose marce di fresco stile, scritte durante il periodo del Conservatorio e della permanenza a Vienna, Manfredo, adesso più maturo, si dedica alla composizione di moltissima musica sinfonica per bande. E' pressoché impossibile fare un elenco completo della produzione; citiamo le marce sinfoniche più ricordate nei motivi perché ancora oggi nel repertorio di molte bande: Giro Notturno (al cui inizio è ricorrente il fischio di richiamo notturno giovanile), Iurganitto, Idinia, Tiger Man, Mariella, Liana, Eureka, Pi, Po, N' 8, Ungheria, Il Mattino, Aurora, Brunetta, Don Francesco, Sul Muso, Vittoria, Tempo di Marcia, Ornella, Barba Bleu. 
 
Per la composizione della marcia sinfonica Mezzo Barile, dal sito Internet della banda musicale di Cerreto del Lazio, abbiamo stralciato questa curiosa ed interessante notizia: "Immediatamente dopo la grande guerra mondiale divenne maestro Cristoforo Aleandri. Questi rimase fino al periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Con lui la banda passò anni indimenticabili dal punto di vista tecnico ed artistico ed ebbe l'apporto del maestro Manfredo Siciliani, abruzzese, che durante gli anni 30 frequentava Cerreto. Egli scrisse numerosissime marce e sinfonie delle quali Giro Notturno, Mezzo Barile e Pi sono ancora conservate in originale nell'archivio storico della banda. La curiosa storia di mezzo barile - Negli anni trenta, durante una delle sue giornate cerretane, il maestro Siciliani si trovava in compagnia di alcuni musicanti e del maestro Aleandri presso la trattoria "D'Ovidio". 
 
Tra un bicchiere e l'altro, alcuni musicanti escogitano una scommessa: Se il maestro Siciliani fosse riuscito a comporre una marcia sinfonica nel tempo che rimaneva al termine della giornata, gli avrebbero donato mezzo barile di vino! Egli si mise all'opera e riuscì a terminare la composizione vincendo cosi il mezzo barile di vino. Come titolo della marcia, ancora oggi suonata, fu scelto proprio "Mezzo Barile", a ricordo della spiritosa scommessa". Qualche tempo dopo incominciano gli anni della piena maturità con la sinfonie L'Assedio, Le Fontane di Villa d'Este, Le Campane della Vittoria. Queste composizioni contengono indicazioni programmatiche e riferimenti paesaggistici e storici; tuttavia la musica va ben oltre questi elementi e conquista una notevole libertà espressiva sui diversi piani emotivi. 
 
In particolare, Le Fontane di Villa D'Este danno una sensazione di spazio aperto, ottenuto con elementi molto semplici: un breve tema, collegato ad altro di ampio respiro e uno sviluppo armonioso costituito attraverso una miriade di variazioni. Tutto questo riesce a dare magistralmente la sensazione dell'acqua in movimento in uno spazio vuoto e misterioso. Comporre musica per Manfredo Siciliani era un fatto istintivo, quasi morboso. Egli produceva spartiti senza ambizione né calcoli personalistici a ciò sospinto da una forza naturale interiore. Anche come direttore di bande egli si affermò con grande prestigio; infatti fu maestro concertatore oltre che a Balsorano anche a Villavallelonga, a Vicovaro, a Castel Madama, a Subiaco. Diresse inoltre, durante il primo conflitto mondiale la banda della 10' Divisione Zona di Guerra ed in seguito l'orchestra del Dopolavoro Ferroviario di Tivoli, l'orchestra sinfonica di Levico e chiuse la vita bandistica nell'anno 1956 con la direzione della banda di Pescosolido. Negli anni 1943, 44, 45 visse una breve parentesi di impiegato comunale durante la quale, in mancanza di carta da musica, scrisse qualche marcia sul retro delle tessere annonarie scadute. Per i suoi non comuni meriti nel campo della musica fu insignito del titolo onorifico di Maestro dell'Accademia Mondiale dei Professionisti e Artisti. 
 
 Testi tratti dal libro La Banda musicale


 

 
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