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Le sue origini
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Le notizie storiche che si riportano di seguito sono state attinte nell'archivio comunale di Balsorano, traendole dai pochi registri che furono salvati dalle distruzioni del terremoto del 13 gennaio 1915 e dalle rovine dell'ultima guerra mondiale. La passione per la musica, sin da epoca lontana, ha rappresentato per la popolazione di Balsorano una innata e preminente realtà culturale. Le origini documentabili della banda partono dagli inizi del novecento, ma la memoria umana ha tramandato fino a noi fatti ed episodi di grande valore storico. 
  
Santino Tuzi, suonatore di clarino, oggi novantacinquenne, racconta: "Ricordo che da bambino in casa vi era una sciabola, conservata da mio padre. Era appesa al muro e di tanto in tanto venivano dei musicanti per osservarla. Ad essi mio padre diceva che l'arma era appartenuta a mio nonno e figurava da ornamento alla prima divisa indossata dai componenti della prima banda fondata a Balsorano da un certo don Carlo, proprietario del castello medioevale". Pertanto il promotore della prima banda musicale di Balsorano, composta di una ventina di elementi, si racconta che fosse il conte Carlo Lefebvre il quale, intorno all'anno 1850, avendo acquistato il castello di Balsorano dalla famiglia Piccolomini si trasferì nel borgo. Egli, ricco francese più volte milionario, prima ancora che impiantasse l'industria cartaria a Isola del Liri e venisse insignito del titolo di conte dal re di Napoli, si annoiava molto e soffriva di segregazione. 
  
Aveva portato con sé, come maggiordomo, un certo Pierre, già virtuoso suonatore di tromba della banda dell'esercito francese. Costui, nelle ore libere, amava suonare brani di marce militari che risollevavano nello spirito il suo tediato padrone. Pierre, essendo un ottimo conoscitore di musica ed un buon suonatore anche di altri strumenti, propose al nobiluomo la costituzione di una orchestrina, ma il conte Carlo, stufo di ascoltare musica sinfonica, suggerì di mettere in piedi una piccola banda, essendo un innamorato delle marce militari. Nel borgo, per le celebrazioni pubbliche e per le feste private funzionavano già, da epoca remota, gruppi di pifferai e tamburini costituiti da pastori e contadini i quali si servivano di rudimentali strumenti ricavati dai rami degli alberi e dalle pelli di armenti. Ma gli allievi bandisti, per espresso desiderio del conte, furono reclutati tra gli artigiani locali con esclusione tassativa dei contadini i quali non dovevano essere distolti dal lavoro delle terre, appartenenti, nella quasi totalità, al contado. 
  
Le spese per l'acquisto degli strumenti e delle divise, di foggia militare, furono sostenute a totale carico del nobiluomo ed il concerto incominciò a prestare servizio sia nel castello sia nelle vie del paese. ciò avveniva tutte le domeniche e nei giorni di festa: la mattina, prima della messa cantata, in piazza S. Martino e nelle strade per i paesani, e nel tardo pomeriggio e la sera nel parco del castello. La popolazione di Balsorano si affezionò immediatamente alla suggestiva istituzione e, di conseguenza, benedisse il conte per la novità. La piccola banda musicale di Balsorano acquistò grande prestigio per aver suonato all'inaugurazione delle cartiere febvre in Isola del Liri, alla presenza del re Ferdinando Borbone. Con la morte di Carlo Lefebvre, avvenuta nel 1858 ed intuito al ritorno in Francia del maggiordomo Pierre, la banda di Balsorano continuò l'attività sotto gli auspici dell'amministrazione comunale. Ma i mutamenti politici del 1860 e l'insorgere del brigantaggio imposero una battuta d'arresto al concerto musicale. I piemontesi, "vedendo" in ogni cittadino un brigante camuffato da bandista, boicottarono la banda fino a farla scomparire. Spesso scambiavano gli strumenti musicali per armi, con il conseguente sequestro dell'attrezzo! E sull'origine della banda raccontata da Santino Tuzi è d'uopo prestare fede per ciò che di seguito è riportato. 
  
Un commissario prefettizio inviato nel Comune di Balsorano a seguito della decadenza dell' amministrazione eletta dal popolo, nel redigere il bilancio di previsione per gli esercizi finanziari relativi agli anni 1922-1923, con atto n. 12 del 10.6.1922 cosi giustifica l'istituzione dell'articolo 91 della previsione di spesa: "Si ripristina lo stanziamento di L. 3.000 per la Musica di Balsorano 
Antonio Villa, suonatore di clarino nel 1908 che ha scuola permanente di allievi, estesa a canto corale e che costituisce una Istituzione fattiva antichissima, altamente elevata, dalla quale tutta la cittadinanza non sa distaccarsi sia perché, data la vita secolare della Musica stessa, questa ha un apposito regolamento redatto a suo tempo da un Regio Commissario ed importante annuo contributo del Comune, quale Regolamento riporto la legale approvazione dell'Autorità Tutoria, sia perché il corpo musicale di Balsorano ha tradizione secolare ed ha avuto sempre, fin dalla fondazione, il concorso del Comune. 
  
Pertanto la spesa riveste ormai carattere legale e di obbligatorietà". Un punto fermo sulla genesi lontana della banda di Balsorano è che circa ottant'anni or sono veniva dato atto, con un documento ufficiale, che essa "ha origine antichissima" ed "ha tradizioni secolari" e da ciò si può desumere che, forse, la banda musicale di Balsorano è una delle prime sorte in Italia. La memoria dell'uomo ci fa conoscere che già nell'anno 1880 la banda era composta da 35/40 elementi, diretti da un certo maestro Mancini. E nel 1910, l'allora Amministrazione comunale con atto consiliare n. 330, in data 31 ottobre procede alla nomina di un nuovo maestro con la seguente motivazione: "...omissis... Il Consiglio, visto che il signor De Marco Pasquale, chiamato pel corrente anno per l'istruzione dei cittadini alla musica e direzione del concerto, ha dato buona prova di attitudine, capacità e correttezza. 
  
Ritenuto l'immenso vantaggio che ritraggono i cittadini da tale insegnamento, specie per gli emigranti all'estero [era l'epoca delle grandi emigrazioni negli Stati Uniti d'America]. Ritenuto che il Comune non eccede il limite legale della sovrimposta e che, d'altronde, è una spesa che il Comune stesso ha sostenuto sempre a ricordo di uomo, come risulta dai conti e dai bilanci. Che la migliorata situazione finanziaria non vieta tale spesa, la quale è richiesta ad unanimità dai cittadini. Per mezzo di schede segrete ...omissis... Undici presenti votano a favore della nomina di Di Marco Pasquale a maestro di musica ...omissis...". 
  
Di sicuro si sa che nell'anzidetto anno 1910, suonavano nella banda: Luigi Tuzi (Quartino) clarino si/b, Benedetto Tatangelo clarino si/b, futuro maestro di musica e direttore della banda, Giuseppe Bucciarelli clarino si/b, Errico Fantauzzi (Zi Richétte) clarino si/b. E poi ancora Luigi Giorgi (Gigiàtte) sax basso, Francesco Tullio (Chéch) flicorno contralto,Luigi Fantauzzi (Gitte papà) flicorno tenore di accompagnamento, Felice Buffone (Angelone) flicorno tenore di accompagnamento, Alfonso Fantauzzi sax tenore, Carlo Martinelli flicorno baritono, Francesco Tuzi (Ceccùcce) flicorno baritono, Felice Martinelli (Feliciuccio) basso si/b da poco tornato dall'America, Giovanni Martinelli basso si/b anch'egli rientrato dagli U.S.A., Giuseppe Tuzi (Peppenéglie) basso mi/b, Michele Silvi (Scatena) tamburotimpani, Pasquale Tullio (D'Asciutte) piatti, Ugo Tuzi flicorno tenore d'accompagnamento. I predetti musicanti, all'epoca sui venti anni di età, formarono, in seguito, escluso Ugo Tuzi che mori durante la guerra 1915-18, l'ossatura delle grandi bande degli anni 1922-1923 e dal 1933 a tutto l'anno 1936, dirette del maestro Carlo Alberto Scoppetta di Bucchianico. 
  
Oltre a questi giovani, nella banda, composta di quaranta elementi, suonavano artigiani come Casimiro Siciliani ed altri ancora dei quali non è stato possibile reperire i nominativi. Non facevano parte del complesso musicale diretto dal maestro De Marco, Alessandro Siciliani, flicorno tenore solista, e Antonio Villa, virtuoso del clarino in do perché emigrati in Germania dove si affermarono musicisti di grande valore nelle bande e nelle orchestre. Quanto sia durata la banda ricostituita nel 1910 nessuno lo ricorda ma si serba memoria che il complesso visse momenti di notevoli successi e di grandi soddisfazioni. A quel tempo e fino agli anni quaranta la concertazione dei brani in repertorio avveniva d'inverno nei locali messi a disposizione dal Comune. Non si badava al freddo che penetrava dalle finestre sgangherate e senza vetri, non si faceva caso agli acciacchi, alla tosse, ai raffreddori e a qualche linea di febbre; c'era da concertare un nuovo brano di Rigoletto o della Traviata ed ognuno era ansioso di provare il nuovo spartito. 
  
Molta delusione la soffrivano quelli che nella propria partitura rilevavano lunghe battute di pausa. Vi era tanta voglia di suonare e qualcuno, dopo essere tornato a casa a notte fonda, riprendeva ad esercitarsi noncurante del vicinato che dormiva. Il ritrovarsi la sera tutti insieme, dopo aver trascorso la giornata nel lavoro di artigiano, costituiva per il bandista un momento di esaltazione e di grande elevazione spirituale e culturale. E lo compensava anche della delusione sofferta se il giorno era trascorso nella vana attesa di qualche cliente. Durante gli intervalli della concertazione si facevano previsioni sulle feste da contrattare per il periodo estivo e si dava la stura ai ricordi lieti e spiacevoli. I più anziani erano prodighi di consigli con i giovani sul comportamento cui il bandista doveva attenersi allorché per il vitto veniva ospitato nelle case private dei paesi in festa. Tutto doveva essere basato sulla riservatezza e sulla buona creanza, ma qualcuno era anche fiero di raccontare episodi di smoderatezza. - In casa d'altri, diceva un vecchio suonatore di basso occorre stare a tavola con educazione e parlare poco! Tenete ben presente raccomandava - che ad ogni parola detta corrisponde un boccone perso! Mangiare lentamente ma fare in modo di terminare la portata prima degli altri. 
  
Esprimere i complimenti alla padrona di casa per la squisitezza del piatto, ma non chiedere mai il bis; sarà lei, spontaneamente a provvedervi. - E se lei fa finta di non capire? rispondeva, di solito, qualche giovane bandista che aveva sempre tanta fame. Continuerai negli apprezzamenti e lei capirà! Guardando la tua faccia, altro se capirà! - Attenzione particolarmente al vino! proseguiva il vecchio nelle raccomandazioni - I bicchieri vanno riempiti e scolati fino all'ultima goccia all'inizio di ogni portata quando, cioè, tutti sono con gli occhi sul piatto. Nell'intervallo, tra una portata e l'altra, bere con moderazione e lasciare agli altri il compito di riempire di nuovo il tuo calice! - E se nessuno ci pensa'? - obiettava qualche altro giovane allievo. - Troverai, di certo, qualche fesso che provvederà: stanne certo! E poi - continuava l'anziano esperto - non vi stancate mai di essere esagerati nel vantare la padrona di casa: a tavola è lei che dispone e governa. Cosi facendo potete sempre sperare di portare a casa qualche fagotto di roba avanzata! Io, con questo sistema, si può dire che ho allevato i figli! - Io, invece, interveniva un altro anziano mangio a crepapelle tutto quello che mi viene portato; di solito mi seggo dove, sul tavolo, c'è di fronte un fiasco di vino impagliato e non una bottiglia trasparente e tutto ciò che mi capita metto in tasca per poterlo, poi, gustare con più calma. 
  
Sarà questo il motivo per cui osservava un altro bandista vecchio i festaroli in un paese, ogni anno, ti mandano sempre in case diverse! - A me, - raccontò una sera un bandista allampanato e secco come un chiodo, che suonava il sax basso - l'anno passato è capitato un fatto che se ve lo racconto, voi non mi credete. Eravamo andati a suonare a T. per la festa di San C. Capitai, per il vitto, in casa di un commerciante molto noto e facoltoso. A colazione una ragazza, che doveva essere la serva, venne ad aprirmi e mi condusse in sala da pranzo, dicendo che i padroni si scusavano per la loro assenza perché impegnati nel negozio. Usci e poco dopo si ripresentò con un fiasco di vino cerasuolo che faceva resuscitare i morti, una bella forma di cacio pecorino scamoscio ed una pagnotta di pane. Mi misi sotto e piano piano mangiai tutto e bevvi il fiasco fino all'ultima goccia. 
  
Al termine chiamai più volte ma nessuno rispose. Andai via sazio e contento e prima della processione fui avvicinato da un festarolo il quale se ne usci con queste parole: Bandi, che Iddio ti benedica, ma alla forma di cacio potevi almeno togliere la crosta! - E mi cambiò di casa. Quel cristiano non sapeva che la sera avanti avevo cenato con un poco di panzanella di pomodoro, ma era ben a conoscenza che per arrivare al paese in festa noi componenti della banda avevamo camminato, a piedi, tutta la notte attraverso la montagna.
 
Testi tratti dal libro La Banda musicale
 
 

 
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