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Iacužtt Un pecoraio legislatore
COME UN PATRIARCA
Romolo Liberale

Sapevo di un Jurico, corruzione dialettale di cerusico, qualifica appartenuta al nonno curatore di "bestie e cristiani", pastorepoeta di Pescasseroli proposto da Benedetto Croce ai cultori di storia patria perché conoscessero aspetti e momenti della transumanza, ma non conoscevo Iacuìtt, pecoraiolegislatore che viene proposto da Giovanni Tordone ponendolo al centro di eventi in cui storia, costumanze, pregiudizi si intrecciano nel vasto e suggestivo scenario di pascoli e pecore.
 
Chi era Iacuìtt pochi lo sanno. E merito di Giovanni Tordone è quello di aver scavato in quel poco per portare alla luce, con pazienza e fantasia, un personaggio che va di pagina in pagina in questo Iacuìtt, un pecoraiolegislatore come un antico patriarca che si fa tale maturando, con le pecore e con i pascoli, dalla fanciullezza, all'adolescenza, alla giovinezza, alla maturità. Non dico la vecchiaia perché, chi legge, tutto avverte, meno che la vecchiaia di Iacuìtt. L'impianto del racconto ha una scansione che amalgama, come prosa sciolta e piacevole che in taluni passaggi si fa poesia, una "cascata" di fatti e momenti per cui non so se definire il volume un testo storico, una vicenda romanzata, un saggio di usi, costumi e tradizioni, uno spaccato di pregiudizi e spregiudicatezze. Al termine della lettura, pur essendovi tutto questo insieme, quel che rimane vivo è il personaggio di Iacuìtt che attraversa, dai primi vagiti fino ai novantadue anni, gli affanni di una esistenza che lì, a Balsorano, alimenta meditazioni e proposte perché la fatica del pecoraio trovasse soddisfazione in due essenziali componenti: l'organizzazione del lavoro e il ritorno economico.
 
Giovanni Tordone premette alla sua narrazione una lunga nota introduttiva dalla quale si apprende, tra l'altro, che "se oggi possiamo affermare che la vita pastorale a Balsorano e nei paesi limitrofi è organizzata, economicamente e dignitosamente, ciò lo si deve a questo personaggio spesso nominato, ma ancora avvolto da un alone di nebbia e di leggenda". Tutto questo viene ricordato come "codice Iacuìtt" e il suo "inventore" è appunto l'analfabeta pecoraiolegislatore alla cui figura è dedicata l'appassionata e intelligente fatica di Giovanni Tordone il quale, dopo averci dato una ricca produzione essenzialmente in vernacolo, decide, scrivendo di pastorizia e del suo patriarca, di esprimersi in lingua. E lo fa con una valenza e uno stile che non ha nulla da invidiare alle passate esperienze dialettali.
 
I fatti narrati da Tordone per dirci che Iacuìtt è un "capo non elettivo"che decide le zone di pascolo, che mette a disposizione la stalla per far affratellare il bestiame appartenente a più produttori, che fornisce l'attrezzatura per la produzione del formaggio, che dispone i turni di lavoro sia per la conduzione dei greggi e sia per la lavorazione del prodotto", ci offrono l'immagine di una rigorosa ingegneria organizzativa e amministrativa. 
Iacuìtt è un capo che pensa, analizza, "legifera". E nella lunga esistenza di questa saggezza attenta e operante, entrano gli ardenti amori di Maria e Grazia, le insidie del castaldo, le strane curiosità del barone e della baronessa che, immalinconiti dagli spenti ardori erotici, vogliono saperne di più sulle abitudini sessuali degli animali, le lunghe notti trascorse tra i giacigli dello stazzo e della stalla, la tenera emozione per la nascita del primo figlio, il gusto delle aurore e dei tramonti che aprivano e chiudevano la luce su quella sorta di regno in cui lui, il patriarca, dominava armenti e pascoli regolando la vita di quanti gli erano intorno.
 
Tra i meriti di Giovanni Tordone vi è quello di un "inventario", tanto sapiente quanto evocativo, di località che fanno da splendidi tasselli al ricco mosaico della narrazione. E il lettore, passando di pagina in pagina, vede la "morra" andare per Fossetta e Monte Cornacchia, Macchia Tavana e Serralunga, Coppo dell' Orso e Fonte delle Streghe, Pianillo e Pratone; e ripercorrere, come viandante per una storia nella quale risiedono le radici di molti di noi gente di stirpe pecoraia, l'intero affresco della Terra di Balsorano.
Non solo chi ha interesse e amore per la storia della propria terra, ma chiunque abbia amore e interesse per tutto ciò che concorre a recuperare identità che rischiano di sbiadire e a rispondere al quesito "chi siamo, da dove veniamo", dovrebbe meditare gli eventi narrati in queste pagine e sentire Iacuìtt, pur pecoraio-legislatore analfabeta, sì come uomo di altri tempi, ma altri tempi che, facendosi storia, hanno figliato il tempo nostro.
         
 
Premessa
 
L'idea di scrivere questo libro mi è venuta in occasione della Festa dei Pastori organizzata, per la prima volta, il 3 ottobre dell'anno scorso su iniziativa dell'Amministrazione comunale di Balsorano, nella località "Le Mandre", a mezza costa tra l'abitato della frazione Ridotti e Monte Cornacchia. In questa circostanza ho risentito parlare del personaggio Iacuìtt come di un mito, di un essere irreale creato dalla fantasia popolare e tramandato fino ai nostri giorni per un certo "Codice" che regolamenta, da epoca immemorabile, l'attività della pastorizia e la produzione del formaggio in alta montagna, dagli inizi di maggio a metà ottobre di ogni anno. 
 
Ed invece questo protagonista è esistito per davvero. L'ho appreso dai racconti dei pastori e degli anziani che ho avuto modo di conoscere nel periodo della mia giovinezza, quando svolgevo l'attività lavorativa come impiegato comunale. Spesso, infatti, dovevo recarmi presso i greggi per delle incombenze tributarie e di seguire, così, la vita pastorale. Lassù alle Mandre, il giorno della festa, ho rivissuto i momenti meravigliosi, trascorsi in quel tempo negli stazzi quando, terminati i lavori della mungitura, prodotto il formaggio e sistemati gli armenti nei recinti, i pastori, soddisfatti della "giornata" e liberati dalle ansie e dalle preoccupazioni, si riunivano sotto il cielo stellato per parlare di ricavi, di propositi ed anche di fatti passati, tramandati di generazione in generazione, e il nome Iacuìtt ricorreva spesso, specialmente nei discorsi dei più vecchi.
 
E' venuto fuori, così, l'uomo Iacuìtt con il suo ingegno, la sua umanità, il suo buonsenso, ma anche con le sue lacune e le sue debolezze, manifestate in tante circostanze e, se è noto che i difetti di una persona si ricordano più facilmente dei pregi, certamente quest'uomo, per essere ancora adesso citato soltanto per il suo "codice", avrà avuto innegabile gran talento. Se oggi possiamo affermare che la vita pastorale a Balsorano e nei paesi limitrofi, pur se ancora piena di sacrifici e di privazioni, è organizzata organicamente, economicamente e dignitosamente, ciò lo si deve a questo personaggio spesso nominato, ma ancora avvolto da un alone di nebbia e di leggenda.
 
Nella prima decade di maggio i proprietari di armenti, sia essi di grossi greggi e sia di pochi o di un solo capo, convengono di riunire il bestiame in "morre" per trascorrere la stagione dei pascoli in alta montagna, dando vita a delle forme di cooperative che hanno un capo indiscusso ed investito di pieni poteri: è il capomorra o capomandra al quale, gli aderenti, devono piena obbedienza.
Infatti, è lui che decide le zone di pascolo, che mette a disposizione la stalla per fare "affratellare" il bestiame appartenente a più proprietari, che fornisce l'attrezzatura per la produzione del formaggio, che dispone i turni di lavoro sia per la conduzione dei greggi e sia per la lavorazione del latte prodotto. Questo "capo" non è né di nomina elettiva né viene scelto alla buona ma è tramandato da padre in figlio da epoca lontana e cioè da quando ciò fu disposto appunto con il "codice Iacuìtt".

 

 
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