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Morte dell'arciprete Marini
Testi di P. Beniamino Di Rocco e Giovanni Tordone

Funerali dell'arciprete e ricerca di altri posti per il convento di costruirsi 
Assodata la vertenza con la cappella di Forcella che li teneva legati e preoccupati, potettero rimettersi alquanto in calma ed occuparsi esclusivamente al bene spirituale del popolo balsoranese e di quelli della valle. Preceduta da solenne tredicina, il giorno 13 giugno 1916 celebrarono con pompa e devozione la festa del Padovano. 
 
Moltissimi furono coloro che si accostarono ai santi sacramenti. In tutte le messe vi fu affluenza di gente, anche forestiera, specie poi alla messa solenne nella quale il padre Geremia Di Tullio da Roccascalegna pronunziò un bellissimo discorso, dimodoché alla fine del panegirico l'intero popolo invocò il Santo a protezione dei combattenti. Alla processione presero parte i due cleri colle rispettive congreghe e una infinità di popolo a piedi nudi e con torce accese da sembrare una processione di penitenza anziché di festa. Onde rendere più propizia la clemenza del Signore per l'intercessione dei santi suoi, tutti vollero che colla statua di S. Antonio si portasse in processione anche quelle di S. Francesco e S. Pasquale.
 
La tradizione affermava che la statua di S. Pasquale fosse la prima volta che uscisse in processione e questo ci venne confermato dai più vecchi del paese i quali lo avevano udito dai loro avi e che, perciò, detta statua non essere stata messa fuori della propria nicchia e non sarebbe mai stata toccata se la disgrazia del terremoto non fosse avvenuta. Comunemente si riteneva, dal popolino, che la statua non potevasi cacciare dalla nicchia senza andare incontro a disgrazia. In questo giorno il Santo (Antonio) ebbe varii donativi dai suoi devoti ed a sera inoltrata la bella festa terminò al solito col canto dei secondi vesperi, esposizione e benedizione del SS.mo e bacio della reliquia.
Abbiamo detto sopra che nei frati si era ristabilita alquanto la calma, però il Signore non volle che durasse a lungo poiché altri dolori e fastidi li attendevano.
 
Difatti tornando da Forcella il padre Michele la domenica del 25 giugno 1916, dove per la poca prudenza del padre Zaccaria si erano verificati incresciosi incidenti con lo Scenna nel giorno avanti, con sua sorpresa all'entrare del nuovo paese apprese dal priore Antonio Capone che alle sette ed un quarto il povero don Filippo arciprete Marini mentre si preparava a celebrare per amministrare la prima comunione ai varii giovanetti e giovanette, era stato colto da apoplessia diffusa riducendolo in breve in fin di vita e benché fosse assistito da due medici che amorevolmente gli prodigarono i mezzi del caso, pure non fu potuto strappare alla morte, ed alle ore tredici dello stesso giorno 25 giugno, cessava di vivere in età di anni cinquantaquattro.
 
Nel medesimo giorno si stava celebrando la festa di S.Luigi e già il concerto cittadino aveva fatto il giro del nuovo paese allietandolo con allegre note, ma in seguito alla disgrazia venne tutto sospeso e rimandato ad altro tempo, dimodoché dal gaudio si passò in un attimo al più acuto dolore e lutto.
Il di seguente, con l'intervento delle autorità del paese e di varii parroci e di molti amici del defunto furono celebrati solenni funerali e solo si ebbe da tutti a notare l'assenza del più beneficato dal morto, il sig. Francesco De Caris, il quale, benché invitato dal sindaco, con cinismo rispose che aveva da piangere i suoi morti!
 
Tutti i sacerdoti, sia locali che forestieri, accompagnarono il cadavere al cimitero, però il Colucci invece di recitare per via le preci, scandalizzò i colleghi coi suoi cicaleggi e racconti d'interesse e perciò il vescovo lo sospese per tre giorni. Appena rendé l'anima al Creatore il Marini, giacché i sacerdoti locali Colucci e Ruggieri si erano ricusati, il superiore locale del convento si credé in dovere farne le veci informando telegraficamente il vescovo diocesano della morte già avvenuta, avendogli già la mattina telegrafato del colpo avuto e dello stato gravissimo. Ciò egli fece affinché provvedesse per la reggenza della parrocchia; il vescovo, però, anche telegraficamente delegava i frati come economi con tutti i diritti ed oneri annessi. 
 
Erano restati scossi per l'improvvisa scomparsa del nostro carissimo amico e fido consigliere, maggiormente si scoternarono nel sentirsi addossare il non lieve peso della cura delle anime e perciò riconoscendo la loro insufficienza a reggere una si vasta ed importante parrocchia, il giorno seguente ai funerali, 27 giugno, accompagnati dal chierico Enrico Iacovitti, si portarono a Sora e pregarono e scongiurarono sua eccellenza a volerli esonerare da si enorme responsabilità.
 
Tutte le loro ragioni furono vane e volle che rimanessero al posto anche in qualità di vicario foraneo, fino alla venuta del nuovo parroco, perché, egli disse, non aveva alcuna fiducia nel clero secolare del paese. Chinarono la testa, a chi li obbligava in vece di Dio e, confortati dalla sua pastorale benedizione, si posero al lavoro. Il nuovo arciprete don Antonio dottor Macciocchi prese possesso della parrocchia pere le mani del vicario generale il giorno 11 febbraio 1917 e quindi governammo la parrocchia mesi sette e giorni quindici. La nomina del padre guardiano non piacque punto ai due preti locali, Colucci e Ruggieri, i quali oltre a lamentarsene col vicario generale, in più riprese cercarono di ingannare con falsi consigli e tentando di intromettere abusi specie sui diritti del futuro parroco. Appoggiati dalla incondizionata fiducia del vescovo, non si smovettero dalla retta via e non solo mantennero intatti gli usi e i diritti trovati, ma con fortezza rivendicarono quelli conculcati sotto l'arciprete defunto, della bontà del quale i due menzionati sacerdoti si erano abusati fino all'estremo.
 
A darci il possesso della cura spirituale fu delegato dal vescovo il parroco di S.Vincenzo V.R. mons. don Antonio Mattacchioni. Quantunque i funerali in die depositionis fossero riusciti solenni e commoventi, pure per tributare al defunto un segno di affetto e di riconoscenza, d'accordo con altri sacerdoti, stabilirono che il trigesimo venisse commemorato con maggiore solennità. Ad ottenere lo scopo diramarono l'invito a tutti i parroci e sacerdoti della Valle, i quali, in verità, accorsero numerosi. Alle ore nove del giorno 25 luglio, dopo aver cantato l'intero ufficio, l'Economo celebrò la messa solenne assistito dai più anziani sacerdoti, ed all'assoluzione al tumulo, tessé l'elogio funebre del comune amico il padre Geremia Di Tullio venuto espressamente da Magliano dei Marsi, onde associarsi anch'egli al tributo di affetto verso quella cara memoria dell'arciprete.
 
Da luglio all'ottobre non vi furono cose degne di nota, solo accenniamo che nella seconda Domenica di luglio, festeggiarono la Madonna dell'Orto, come solevasi fare nel vecchio paese, ed aggiungiamo per la storia, che questa fu la prima festa della Madonna celebrata nel nuovo paese. giacché nell'anno antecedente l'immagine non era stata ancora trasportata dal vecchio al nuovo paese. Dietro il fallimento delle trattative coll'Economato Generale,come vedemmo altrove, s'impegnarono di ottenere altri siti, anch'essi un buona esposizione ed in località adatte per i frati, ma dovunque trovarono ripulse dai proprietari i quali mostravano dispiacersene qualora i frati prendessero la decisione di abbandonare il paese eppure nessuno volle scomodarsi a cedergli il proprio.
 
Se alcune persone paesane offrirono dei terreni, essi erano inaccettabili o per la troppa distanza dal nuovo abitato, o perché in luoghi inaccessibili, privi di strade e di acqua, oppure in nascoste e strette vallicelle insufficienti al nostro avvenire. Anzi vi fu qualcuno che li pregò di acquistare il suo piccolo campicello, ma non lo fece con animo di beneficarli, bensì in odio ad altri suoi parenti, affinché, venduto il fondo, il denaro andasse unicamente a suo beneficio e quindi venissero privati dell'eredità gli altri, giacché essendo ancora viventi i genitori ne potevano disporre a loro talento. Questi furono Santa Tullio per un minuscolo fondo sopra la sorgente S.Paolo e Pietro Tuzi soprannominato Basitto con una cesa alle falde della montagna al di sopra della località detta "La porcareccia". 
 
Per un tale stato di cose benché fiduciosi nella Divina Provvidenza, pure si sentivano scoraggiati e addolorati, perché quantunque avessero posta ogni loro cura e buon volere in opera, pure vedevano chiudersi ogni strada avanti, e quindi in condizione da non poter accontentare i desiderii del Superiore che continuamente li premurava e non trovavano il modo di conciliare in un sol luogo, terreno fertile con acqua, aria sana con bella e adatta posizione; luogo, inoltre, che offrisse raccoglimento per lo spirito senza essere discosto molto dall'abitato, cose queste necessarissime e pur difficilissime per un convento e per una comunità religiosa. Queste riflessioni tenevano tormentato l'animo loro perché purtroppo sapevano che l'avvenire del convento, con le proprie responsabilità, sarebbero ricadute su di essi, ed imprecavano al terreno che li aveva posti in si triste condizione e facevano del tutto per non assumerla, giacché l'esperienza li faceva persuasi e già prevedevano che tra i nostri confratelli avrebbero trovati di quelli che, senza poderare le circostanze del luogo e del tempo, avrebbero aguzzata la lingua per criticarli e condannarli senza remissione; ciò che veramente si verificò, come vedremo a suo tempo.
  
Questo pensiero li oppromeva più di ogni altra amarezza! E chi non capisce che il criticare le opere altrui è facile? Ma gli stessi critici sono poi nella capacità di attuare opere più perfette delle criticate? Dio lo volesse! Però è risaputo, che più delle volte, la critica parte dall' ignoranza, da malignità e da spirito di gelosia. In questo frattempo i balsoranesi ebbero a sperimentare ancora una volta la grande protezione di S.Antonio poiché nel mese di luglio o sui principii di agosto 1916 la maggior parte dei soldati balsoranesi trovavansi dislocati alle falde di altissimi monti del trentino e nel furore bellico gli austriaci che ne occupavano le sommità, rotolavano dei grossi macigni per colpire i sottostanti nemici. I nostri soldati non trovando scampo in niun modo, si votarono al Taumaturgo implorandone, con sospiri e lacrime il patrocinio, il quale benignemente li salvò da sicura morte. A far si che questo prodigio venisse ricordato ad incremento della divozione al Santo e per volontà degli stessi graziati e dei loro parenti, la domenica 18 agosto 1916, fu celebrata una solenne festa di ringraziamento all'insigne protettore e l'oratore in questa circostanza ne fi il rev.do padre Vito Lungarella da Carife Segretario provinciale.
 
La festa riuscì commovente prendendovi parte l'intera popolazione ed il clero secolare. Anche questa volta il popolo volle che la statua del Santo fosse portata in processione e non è a dire con quanta divozione e venerazione la circondasse, tanto più che il predicatore col suo dire aveva infiammato l'uditorio.
 
Testi tratti dal libro Il Convento di San Francesco in Balsorano
 

 
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