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Dal terremoto del '15 al nuovo Balsorano
Testi di P. Beniamino Di Rocco e Giovanni Tordone

Salvataggio e carità dei religiosi. Salvatisi i religiosi nel modo descritto nel precedente capitolo, benché malconci ed ancora impauriti, non se ne restarono oziosi che anzi fattosi animosi coadiuarono il maresciallo dei reali carabinieri Genesio Conte e i suoi pochi dipendenti nel salvataggio di quei pochi infelici che penavano sepolti sotto i muri crollati e moltissimi debbono alla loro carità ed abnegazione la salvezza. Essi, infatti, accorsero dove più minaccioso era il pericolo e più urgente la necessità. E siccome il dolore aveva affratellati tutti, così i frati, imitando l'esempio del loro Padre si spogliarono essi per ricoprire la nudità di altri. Tra tutti si distinse il padre Sigismondo da meritarsi giustamente l'encomio del governo italiano.
 
Descrivere a chiari colori tutta la scena prodotta dal terremoto, non è cosa facile neppure a bravi scrittori. Ai posteri basterà sapere che esso terrorizzò perfino i più coraggiosi ed in tutti subentrò un fatale scoraggiamento, quasiché fossero inesorabilmente votati alla morte e nulla valse a scuoterli.
Essi non avevano più lacrime neppure alla vista dei più deformati cadaveri delle persone più amate in vita, perché i loro cuori si erano impietriti dallo strazio del primo momento, tanto da sembrare che in essi non esistesse più il senso dell'umanità. Si vedevano uomini, donne e fanciulli aggirarsi all'impazzata senza scopo e senza fine e se gli si domandava dove fossero diretti, rispondevano con voce fioca ed occhi stralunati: "Non lo sappiamo!" 
Molti erano in parte ricoperti con stracci non proprii ed alcuni indossavano abiti non del proprio sesso.
 
Non esistevano più chiese e si pregava all'aperto. Costituiva l'altare un tavolino addossato a qualche albero. I sacerdoti dispersi e le autorità disorientate. I bambini inconsci della disgrazia chiedevano pane e non vi era chi potesse somministrarglielo. Insomma, regnava sovrana la miseria e la disperazione: " Ubique mors, ubique luctus, ubique desolatio, undique percutimur, undique amaritudinibus replemur (S.Gregorio Papa)". 
La posizione dei poveri terremotati veniva maggiormente aggravata dall'interruzione delle comunicazioni con le città libere perché i telegrafi si erano spezzati e le ferrovie non prestavano servizio per le macerie che incombravano in più punti le rotaie, dimodoché si era restati separati dal resto del mondo non ricevendo e non potendo dare notizie.
 
Ogni paese, ogni città credeva sui primi momenti che fosse una sciagura locale, ma a poco a poco, per mezzo di pedoni, ciclisti ed automobilisti si seppe che la zona devastata era vastissima. Da qui nuova angoscia e nuovo dolore perché non potevasi sapere qual fine avessero subito quelli che per affari erano lontani dalle famiglie. Tra si immenso scompiglio, solo i religiosi coll'arciprete Marini, facendo violenza a se stessi mostraronsi coraggiosi e rassegnati onde incitare gli altri alla sottomissione al volere divino, facendosi in pari tempo padri e consolatori di tutti, dando quel tanto che avevano e dividendo con ciascuno un tozzo di pene. E poiché non avevano dove passare le rigide notti della stagione invernale pel momento si prese ad abitazione notturna la lesionata cappellina dell'orto e colà fu pure ricoverato l'arciprete con la famiglia e il segretario comunale Faustino Durante colla sua numerosa famiglia.
 
I canonici Onorio Colucci e Roberto Ruggieri, invece di coadiuvare il parroco, com'era loro dovere nell'incoraggiare la sventurata popolazione, l'abbandonarono fuggendo il primo a Napoli ed il secondo a Roma. La SS.Eucarestia venne estratta dalle macerie lo stesso giorno del disastro e collocata nella cappellina dell'orto e dopo qualche mese trasportata in S.Rocco, così non mancò mai il conforto del viatico ai moribondi.
  
Affinché, poi, non vadano in dimenticanza i nomi delle famiglie che più da vicino divisero coi religiosi il pane del dolore e che a preferenza furono beneficate dai medesimi, ne riporta qui l'elenco: Famiglie ospitate nei nostri orti  Arciprete Don Filippo Marini e famiglia con servitù - Faustino Durante, segretario comunale e famiglia - Davide Silvi e famiglia - Antonio Nardella e famiglia - Maria Cianfarani e famiglia - Carlo Martinelli e famiglia - Alberto Urbani e famiglia - Felice Rossi e famiglia - Michele Capone e famiglia - Francesco Tucci e famiglia - Rocco Tucci e famiglia - Luigi ex brigadiere Silvi e famiglia - Vincenzo Tatangelo, negoziante e famiglia - Pietro Tuzi fu Michele e famiglia - Luigi Tuzi e famiglia - Maria Casciotta e famiglia - Angelo Antonini, sacrestano e famiglia - Pasquale Norcia (alias Barone) e famiglia - Luigi Tuzi e famiglia (lavandaia del convento) - Giovanni Moratti e famiglia.
Varie di queste famiglie restarono nei nostri orti sino alla fine di maggio 1915 con nostro materiale discapito.

 Testi tratti dal libro Il Convento di San Francesco in Balsorano
 
 
 

 
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