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La 2° Guerra Mondiale 1940-1945
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

All'interno delle grotte si aveva un po' di chiarore nelle ore in cui il sole batteva negli ingressi; prima e dopo un'oscurità persistente e profonda impediva, a volte, perfino i movimenti. Le scarse candele procurate all'inizio erano terminate già da tempo, il poco olio per i lumi veniva risparmiato per condire le dure ed amare erbe selvatiche rimediate nei pressi, tra un bombardamento e l'altro. Per non pensare alla guerra ed alla fame gli adulti cercavano di dormire, cosa che veniva loro impedita dal pianto dei bambini che avevano fame. Con gli occhi spauriti e pieni di lacrime queste piccole vittime imploravano dalle madri un toccio (2) di pane, pur sapendo che non ce n'era e le madri, con l'afflizione nell'anima e con il viso sgomento, giravano lo sguardo disperato verso i mariti senza dir nulla. Allora gli uomini, facendosi coraggio con le imprecazioni e qualche bestemmia, appena sussurrate, tentavano di uscire per rimediare qualsiasi cosa da mettere sotto i denti dei figli, ma quasi sempre venivano fermati dallo scoppio delle cannonate che cadevano nei paraggi. Si sfogavano imprecando e bestemmiando ad alta voce, mentre le mogli si segnavano, rivolgendo gli occhi gonfi di lacrime verso l'altare della Madonna dello Spirito Santo.
 

Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria
 


A volte erano i piccoli ed i più giovani a procurare un po' di cibo dando la caccia alle volpi, agli scoiattoli ed alle ghiandaie che non erano fuggiti in alta montagna. Di ogni preda fortunosamente catturata con qualsiasi mezzo, si cuoceva tutto all'infuori delle piume e del contenuto delle budella. La sete veniva soddisfatta, quando era possibile, dalle gocce d'acqua che filtravano dalla roccia soprastante, raccolte in barattoli e pentole. Ma un giorno venne giù una violenta e persistente grandinata. Tutti cercarono di riempire i pochi recipienti disponibili, dissetandosi in modo soddisfacente. Qualcuno, vinto dalla fame e dalla tensione nervosa, tentava di tornare in paese noncurante del grave pericolo cui andava incontro, ma veniva rincorso e ricondotto nella grotta, dove si appartava e si abbandonava apatico ed inebetito. Coloro i quali disponevano di qualche coppa (3) di grano o di granturco, per la chiusura dei mulini, dovettero adattarsi a macinarlo con i tritacaffè e i pistasale per fare del pane senza lievito e senza sale o polenta, oppure consumarlo bollito in pochissima acqua. 
 . 

Incominciarono a prendere consistenza anche i pidocchi e le cimici, per la mancanza assoluta di qualsiasi norma igienica. I componenti della famiglia di un forestiero, venuti a Balsorano per lavoro, contrassero la tubercolosi e l'uno dopo l'altro morirono tutti. Altri giovani morirono dopo il rientro nelle case a seguito della debilitazione e della tisi. Ascoltiamo il racconto fatto da un civile, il quale ha voluto mantenere l'anonimato e che, a corto di cibo per sé e per la sua famiglia, la mattina del 27 maggio 1944, recandosi dalla Porcareccia a San Nicola venne a trovarsi al centro di uno dei terrificanti bombardamenti di quel giorno. "Un mio amico, qualche giorno prima mi aveva fatto sapere che aveva un poco di granturco disponibile e da vendere. Approfittando del cielo nuvoloso e grigio, decisi di fare una sortita dal mio rifugio. Il viaggio di andata si svolse nella più assoluta tranquillità. 
  
Mi trattenni con lui un paio di ore perché mi offri un po' di cibo e qualche bicchiere di vino. Nel frattempo il cielo era mutato e al posto delle nuvole comparve un azzurro terso, reso più cupo dal caldo sole che splendeva in alto. "Al ritorno, mi avviai tranquillo con il sacchetto sulle spalle ma, appena dopo aver fatto trequattrocento metri, sentii il rombo di apparecchi che si stavano avvicinando da sud. Mi nascosi sotto un albero e rimasi ad osservare la formazione che man mano si stava avvicinando a quota molto bassa. Sentendoli ormai sulla mia testa mi coricai sull'erba con le punte dei piedi ed i gomiti poggiati sul terreno, cercando di mantenere il corpo il più possibile sollevato. "Incominciarono a cadere le prime bombe e notai che avevo i denti che battevano in modo impressionante. Pensavo fra mé: Fa caldo ed io batto i denti come se avessi freddo! Era la paura. "Cadevano ancora le bombe ed avvertivo il sibilo pauroso, simile ad un cupo e sinistro fruscio, che esse facevano un attimo prima di esplodere toccando terra. "Una bomba si abbatté a non più di quattro metri dal mio corpo e fui ricoperto di terriccio; un sasso mi colpi l'orecchio destro. 
 
Mi salvai da quell'inferno perché protetto dalle schegge da un tronco d'albero caduto e perché mantenni il corpo non aderente al terreno. Il sacchetto del granturco venne disintegrato e potei tornare al mio rifugio soltanto verso il tramonto in quanto a quel bombardamento ne seguirono, in giornata, ancora una diecina. "Mia moglie, che era in attesa, notando il gonfiore sull'orecchio destro me ne chiese il motivo. No, niente, niente risposi - non è successo niente: ho battuto contro il ramo di una pianta. "Ero mortificato perché non avevo portato nulla per lei e per i miei figli i quali avevano tanta fame. Io, invece, avevo mangiato e bevuto anche del vino, ma a loro non dissi nulla. Mi astenni dal dirle, anche, del bombardamento subito e che ero vivo per miracolo. "All'epoca tutti ci chiedevamo a cosa potessero servire quei bombardamenti degli anglo-americani in aperta campagna, dove non c'era nemmeno l'ombra di un tedesco e di apprestamenti militari nemici, ma soltanto qualche casupola o stalla, luogo di rifugio dei civili sfollati. Da allora è trascorso oltre mezzo secolo e a pormi questa domanda forse sono rimasto soltanto io. 
 
Mentre si viveva in quell'inferno di disperazione e di morte in molti si chiedevano: "Quando finirà? cosa ci riserba il futuro?" Già, il futuro; una realtà certa ma imprevedibile, un dato di fatto sicuro ed oscuro nelle mani del destino, ma manovrato in modo imponderabile dalla mente scellerata dell'uomo. Nonostante quella situazione angosciosa, sbocciò anche qualche amore ed alcune donne maritate rimasero incinte. Nacque qualche idillio anche tra fanciulle del luogo e giovani militari tedeschi condannati a morire sul fronte di Cassino. Dal 29 maggio al 6 giugno 1944 il territorio di Balsorano venne sottoposto, giorno e notte, ad un continuo, massiccio bombardamento dell'artiglieria angloamericana che provocò ingentissimi danni e diversi morti tra i civili i quali non si erano rifugiati a Sant'Angelo, preferendo rimanere nei casolari di campagna. E ciò, sebbene il tre a notte i tedeschi avessero evacuato Ciammorrone ed il restante territorio. 
  
Furono circa duecento i militari germanici che abbandonarono la fortezza. Presero la via di San Francesco (4) e andarono a far sosta in un campo tra il Valanese e San Nicola. Svegliarono i civili sfollati per chiedere acqua, acqua e soltanto acqua. Avevano tanta sete ma erano anche affamati, stanchi e sfiduciati. Sui loro volti si leggeva il terrore della morte, la rassegnazione ad un futuro sempre più tragico. Dissetati, ripresero il cammino verso nord. Negli ultimi giorni di permanenza nella zona, reparti specializzati dell'esercito germanico provvidero, con le mine, a far saltare in aria la stazione ferroviaria di Balsorano, tutti i ponti della strada ferrata e quelli della Statale 82. Ma se gli abitanti di Balsorano centro soffrirono molto, non di meno patirono quelli delle frazioni Ridotti, Selva e Collepiano. Per essere dediti generalmente alla pastorizia ed all'agricoltura quegli abitanti disponevano di maggiori prodotti alimentari che cedevano volentieri ad un costo onesto o, addirittura in maniera gratuita a chi ne faceva richiesta. Prevalevano, in tal modo, l'altruismo congenito della loro razza e la generosità innata dei loro temperamenti semplici e franchi. 
  
Dimostrarono altresì tanta ospitalità, dando ricovero a molte persone sfollate dal sorano e da altri paesi limitrofi. Ma anche in queste frazioni, negli ultimi giorni, la furia devastatrice della guerra provocà molte vittime civili perché il fronte di Ciammorrone stava a ridosso delle case e il trinceramento passava, in taluni posti, tra un'abitazione e l'altra. In quel periodo tremendo chiunque si recava, mettendo a rischio la vita, a Ridotti, a Selva e a Collepiano quasi sempre tornava indietro con un pezzo di formaggio o con qualche fagottino di legumi o di frumento. 


Anche se dopo oltre mezzo secolo, di ciò bisogna dare atto pubblicamente ad onore e a merito di quelle popolazioni. Al termine della guerra nel tenimento di Balsorano furono contate una ventina di salme di soldati germanici, seppellite alla meglio nei campi. Qualche anno dopo vennero dissotterrate a cura dell'Ambasciata tedesca a Roma e sepolte nell'apposito cimitero di Cassino. Alle prime luci dell'alba del giorno 4 giugno, perdurando i bombardamenti, Giuseppe Bifolchi, il quale poi sarà sindaco di nomina del Comitato di liberazione nazionale, accompagnato da altri cinque volenterosi del luogo, si recò, a piedi, a Broccostella dove c'era la sede di un comando alleato, per far presente che i tedeschi avevano abbandonato la zona di Balsorano. Disse: "I tedeschi sono andati via da Ciammorrone da circa due giorni ed ora staranno ben oltre Avezzano. È inutile continuare i cannoneggiamenti e le incursioni aeree su Balsorano. 
  
La strada è libera e potete avanzare, anche se alcuni ponti sono stati distrutti! (5)Vennero accolti in malomodo e trattenuti in attesa di accertamenti. Il buon don Peppino non riusciva a capacitarsi di quella rude ed imbarazzante accoglienza. Si sbracciò molto per far capire che egli era un antifascista, che aveva subito la deportazione e l'internamento, per lunghi anni, a Ponza e a Ventotene e che aveva combattuto in Spagna contro i falangisti del generale Franco. Verso mezzogiorno il roccione di Sant'Angelo, appena al di sopra dell'ingresso alla grotta fu colpito da due cannonate il cui scoppio provocò molto spavento alle già atterrite persone che erano all'interno. Da chi furono sparate'? Chi fece il criminale proposito di sterminare la popolazione di Balsorano già tanto provata dalle sofferenze e dalla fame? Una parte attribuì la colpa ai tedeschi, altri sospettarono gli alleati in quanto i primi erano lungo la strada per Collelongo e da quella posizione era impossibile colpire quella parte del roccione. 
  
Indubbiamente, essendo i rifugiati rimasti tutti illesi, fu ritenuto un miracolo, il quale venne attribuito a San Michele Arcangelo. Il giorno 6 giugno 1944 una armatissima pattuglia di soldati neozelandesi, a bordo di camionette, fece l'apparizione nella piazza centrale di Balsorano, accolta con soddisfazione, perché erano terminati i patimenti, da molti cittadini i quali erano già ridiscesi in paese. Ai bambini che li guardavano incuriositi i militari distribuirono delle tavolette di cioccolata e agli adulti regalarono un po' di sigarette. Rientrò in paese anche Giuseppe Bifolchi il quale, qualche giorno dopo, occupò la sgangherata poltrona di primo cittadino. 
 
 

Note
(1) Le Schutz Staffel (letteralmente Scaglioni di Sicurezza) erano reparti speciali dell'esercito germanico con compiti di polizia, i quali basavano le loro azioni sulla immediatezza e sulle intimidazioni a gran voce. (Nota dell'insegnante Antonio Nestola). 

(2) Pezzo.

(3) Misura locale corrispondente all'incirca a 10 chili

 
(4) Strada mulattiera che conduce a Collelongo attraverso la montagna. 
 
(5) Racconto fatto personalmente a chi scrive da Peppino Bifolchi qualche tempo dopo. 

 

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