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La 1 Guerra Mondiale 24/05/1915
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Un giorno, con altri tre alpini, raggiunsi un posto avanzato costituito da un baracchino. Al di sotto, ad una certa distanza, si notavano degli elmetti austriaci. Presi il fucile ed incominciai a sparare colpi su colpi, senza sosta. Uno dei compagni, che era un piemontese, mi disse: – Troiani, smettila di sparare perché gli austriaci tengono il fucile a cannocchiale con le pallottole dum-dum; vedrai che ti daranno qualche lezione! Difatti non era passato nemmeno un secondo da che m’ero tolto dalla feritoia ed ecco una pallottola nemica penetrare dalla buca, poi un’altra e un’altra ancora. E il piemontese di nuovo: Hai visto, Troiani, che per poco non ti hanno fatto la ghirba? Al baracchino un giorno venne a darci il cambio un’altra squadra di alpini. Dovendo attraversare il canalone, profondo, scabroso e carico di neve, questa squadra ebbe diversi feriti per cadute, nonostante che alle scarpe avessero, come avevamo tutti, i rampini. 
 
La stessa sorte tocco a noi per raggiungere la compagnia, ingrottata sotto una rientranza nella roccia che pareva una spelonca. Passarono altri giorni e restammo completamente bloccati dalla neve e senza viveri, ne acqua. Da lassù guardavamo il cimitero militare sottostante al Monte Nero dal quale, sopra la neve, affioravano migliaia e migliaia di croci. Arrivo l’ordine del cambiamento del fronte e dal Monte Nero fummo dirottati alla frontiera dello Stelvio. Dallo Stelvio giù verso Caporetto, Cividale. Qui prendemmo il treno e scendemmo a Tirano in provincia di Sondrio nella zona chiamata Valtellina. Dopo alcun giorni di nuovo partenza per Bormio, Santa Caterina e poi verso la frontiera sotto il Monte ”Tresoro (?)” che e una montagna alta circa tremila metri e una zona ghiacciata dove neve e ghiaccio non si sciolgono mai, nemmeno d’estate. E formato, questo monte, da una infinita di profonde caverne di ghiaccio e con enormi crepacci che mettevano paura solo a guardarli.
 
Fummo tutti riforniti di ramponi agli scarponi e racchette per camminare e non scivolare su quei ghiacciai insidiosi e orridi. Tutti i plotoni con le relative squadre presero posto nel luogo assegnato. Il giorno dopo, appena fatto lustro, gli austriaci, accortisi della nostra presenza, incominciarono un fitto fuoco di fucileria e qualche cannoneggiamento che non provocarono nessuna vittima fra di noi. Forse erano troppo lontani e per questo motivo noi non rispondemmo al fuoco. Facemmo dei lavori per migliorare le postazioni, ma un nuovo ordine ci obbligo a spostarci ancora più verso di loro. Su questa nuova postazione scavammo una trincea fino al terreno e facemmo dei collegamenti tra trincea a trincea attraverso la formazione di gallerie sotto il ghiaccio e sulla roccia. Fortuna fu che gli alpini, in massima parte, erano piemontesi e bergamaschi e che conoscevano i mestieri di minatori, di boscaioli, di falegnami e ragazzi alti e robusti; forse il più scarto ero io. 
 
Un giorno mi chiama il capitano comandante della compagnia: Troiani, – mi fa tu devi andare a fare il corso di alfabeto morse per una quarantina di giorni a Santa Caterina, insieme con altri due alpini. Li trovammo un istruttore con un cavalletto uguale ad un giocattolo. Con un dito si dovevano battere su questo giocattolo linee e punti..... Dopo un po’ capii finalmente di cosa si trattava: le ventuno lettere dell’alfabeto si dovevano scrivere con i puntini e le lineette. Tutto dipendeva dall’imparare per ogni lettera quanti punti e linee erano necessari. C’era una macchina che si chiamava ”Apparecchio Faina” che di notte funzionava con l’acetilene e il giorno con il sole, attraverso gli specchietti. Terminati i quaranta giorni sostenemmo gli esami e tutto andò bene. Tornato nella Compagnia ritrovai tutti al fronte, ma più in avanti. 
 
Raggiunto il posto, ogni tanto mi dovevo spostare lungo la trincea, tra quelle gallerie e caverne di ghiaccio con addosso oltre lo zaino affardellato e gli altri attrezzi di guerra come il fucile, baionetta, paletta e picconcino, anche l’apparecchietto con la cassetta del telefono; in sostanza ero carico come un mulo. Era il capitano comandante della Compagnia che disponeva: ”Troiani, vai qua, Troiani vai la, Troiani spostati su, Troiani raggiungi il tenente..., Troiani corri giù!” Ma ecco che una mattina il telefono non funzionava tanto bene; era successo che gli austriaci di notte, – non mi sono mai spiegato come avessero fatto attraversando tutte quelle caverne e quei dirupi, avevano collegato un filo al mio telefono per ascoltare le disposizioni che venivano impartite dai nostri comandi. Gli andò male perché furono scoperti da una nostra pattuglia in ricognizione e fatti prigionieri. 
 
Per un lungo periodo ci furono attacchi e contrattacchi da una parte e dall’altra, ma le posizioni rimanevano sempre quelle; era d’inverno e la guerra di trincea non permetteva che risultati di nessun valore. Ma un giorno le cose si fecero più serie. Un aeroplano nemico, venuto ad esplorare le nostre linee, fu accolto da un spaventoso fuoco di fucileria. L’aereo incomincia a cacciare del fumo, poi si abbassa e atterra nella zona di nessuno. Gli austriaci escono dalle loro trincee con una bandiera bianca, raggiungono 1’apparecchio e salvano i piloti che erano dentro. Potevamo ucciderli tutti ma il comandante ce lo impedì, dicendo che sarebbe stata una vigliaccata. Dai comandi del Reggimento e del Battaglione incominciano ad arrivare fonogrammi su fonogrammi per sapere notizie di quell’apparecchio. 
 
A me ogni fonogramma che arrivava era una sudata nonostante fossi in mezzo alla neve perché dovevo riceverlo per telefono, scriverlo e portarlo al comando di Compagnia. Certo, erano grossi pensieri perché scrivendo facevo molti errori, specialmente quando mi dettavano ”punto”,”virgola” e ”apostrofo” e io non sapevo dove metterli, particolarmente a principio dei righi. Allorché i fonogrammi dovevo trasmetterli era poco male perché avevo la possibilità di leggerli prima più volte, ma i guai incominciavano quando li ricevevo! più volte, mentre stavo trasmettendo per telefono, stava vicino a me il comandante di plotone Fiocca. Egli mi chiedeva se il telefono marcasse anche gli errori che facevo. Lo disse scherzando, ma io non la presi a male perché era vero che facevo molti sbagli. Su quella posizione, alta più di duemila metri, passammo un inverno rigido e nevoso. 
 
Tutto era bloccato e per i viveri dovemmo ricorrere alle poche riserve disponibili. Si pativa il freddo, la fame, la sporcizia, qualche volta subentrava anche 1’avvilimento e ci si chiedeva il perché delle tante e tante privazioni e sofferenze. Eravamo ragazzi appena sbocciati ai piaceri della vita, ma la guerra ci stava riserbando soltanto dolori e delusioni, con il pericolo, in ogni momento, di rimetterci la pelle. Arrivo l’ordine del cambiamento del fronte nella zona dell’Isonzo e raggiungemmo la stazione di Edolo per essere condotti fino a Cividale, in provincia di Udine. Qui raggiungemmo il 6’ Reggimento Alpini sull’altopiano della Bainsizza. Attraversammo il fiume Isonzo su una passerella che sfiorava l’acqua e raggiungemmo il battaglione Vicenza che ora si chiamava ”Cesare Battisti” perché questo eroe era stato da poco fucilato dagli austriaci. Avevamo marciato dentro un camminamento tutta la notte e sotto un diluvio che non cesso un solo momento. Arrivammo, cosi, alla trincea a pochi passi da quella nemica. 
 
Quelli del 6’ Alpini, essendo noi quasi tutti giovani, ci affidavano le missioni più rischiose. Non passo molto tempo e il primo attacco austriaco si manifesto violento con cannonate, mitragliamenti e scariche di fucili sia di notte che di giorno. E dentro le nostre trincee si contavano morti, si sentivano i lamenti dei feriti, c’era molto fango che impediva di camminare, tanta sporcizia e il fetore dei morti che non era possibile di seppellire. Ma la nostra reazione fu altrettanto violenta particolarmente con le bombarde francesi fatte a tre ali, che ridusse il nemico al silenzio di diverso tempo.
 
Un giorno un sergente veneto mi disse di andare con lui e fatti pochi passi mi mise in mano una ”pistolina” per traforare la pietra in modo da poterci spingere più avanti. Io gli disse di essere poco pratico di quell’attrezzo e lui fece finta di non sentire. Allora dissi fra me: Mo ti frego io! Appena che spara il primo colpo della mina mi butto sopra un piede una grossa pietra, attribuendo la caduto allo sparo. Il progetto era fatto ma allorché lasciai cadere il grosso sasso sul piede, il piede fu più svelto a tirarsi indietro! Passarono altri giorni e non andai più a fare il minatore perché non ne ero proprio capace; tornai, pertanto alla feritoia della trincea. Per oltre una settimana avvenne una battaglia che pareva l’inferno. Assaltavamo noi con l’appoggio dell’ artiglieria e assaltavano loro con l’assistenza dei mezzi pesanti ed anche se loro erano superiori per numero e per armi noi cedemmo di un solo palmo. Arrivo l’ordine di abbandonare le trincee e di ritirarci verso Ronzina, a nord dell’Isonzo. Quello che stava succedendo proprio non lo sapevamo, ma in ultimo venimmo a sapere che i tedeschi avevano sfondato a Caporetto e verso il Carso e se noi che eravamo nella zona della Bainsizza non ci fossimo ritirati avremmo corso il rischio di rimanere tutti prigionieri. Questo fatto venne anche pubblicato sui bollettini di guerra di quei giorni. Fu veramente penoso vedere la mia compagnia battere in ritirata, l’uno dietro l’altro, lungo il sentiero della montagna. Dopo aver riattraversato l’Isonzo e dopo una diecina di chilometri, io e altri due trovammo un ferito che chiedeva aiuto. 
 
Lo caricammo in barella e lo portammo ad un primo posto di medicazione che incontrammo. Tornai indietro per raggiungere la Compagnia ma questa non c’era più . Da solo come un cane mi addentrai in un bosco non sapendo cosa fare. Ripensando al terremoto di Balsorano, rivedevo tutto come avvolto in una nebbia. Ora mamma e papa, dal paradiso, mi guardavano con le lacrime agli occhi, facendomi coraggio; Pensavo alle mie sorelle Filomena, Rosetta e Mariuccia con i bambini, ancora sofferenti sotto le tende e ai cognati Pietro, Antonio e Alfonso, loro mariti, anch’essi in guerra. 
 
E poi c’erano i miei fratelli minori Vincenzo, Antonio e Giovanni, chissà, forse anche loro chiamati a fare la guerra, sebbene giovanissimi. Incominciai anche a pensare più intensamente a una bellissima ragazza, con il viso di madonna, che abitava poco distante da casa mia, sulla quale avevo messo gli occhi addosso perché, per la sua grazia, la sua riservatezza, era impossibile non ammirare. Mi venne da piangere ma le lacrime non mi venivano. Mi pare di aver sentito la voce di mio padre che mi diceva: ” Peppi, e mo’? Ti sei arreso? Vai, cammina che ancora hai tanta forza!” Ripresi coraggio e camminai tutta la notte e all’alba del giorno dopo, sulla vetta di un monte, c’era una Compagnia della fanteria che stava proteggendo la nostra ritirata. Venni accolto a fucilate ed io gridai con tutto il fiato che tenevo: ”Sono italiano, sono italiano, non lo vedete?” Il capitano volle sapere il motivo della mia presenza e io gli spiegai tutto. Allora egli mi disse: ”Non puoi restare con noi; vai a raggiungere la tua compagnia!” Ripresi a camminare avviandomi verso Cividale. 
 
Strada facendo non incontrai nessuno. Cividale era stata evacuata dai nostri soldati e nella fuga avevano lasciato ogni ben di Dio. Vidi un mattatoio pieno di carne e, dentro una staccionata, vi erano ammassate molte vacche vive. I negozi erano chiusi, non si vedeva in giro nessun borghese. Se fossi stato un ladro scaltro mi sarei arricchito! Tutto il mio rubare fu questo: in un negozio di tabaccaio, lasciato aperto, riempii un tascapane di sigari! Gironzolando per certi vicoletti incontrai un gobbo che mi invito a casa sua. Mi fece accomodare e per la cena ammazzo una gallina per fare il brodo. 
 
La notte dormii li. Appena fatto giorno il gobbo venne ad avvertirmi: ”Alpino, guarda che gli austriaci hanno circondato tutto il paese di Cividale: siamo tutti prigionieri!” ”Io me ne scappo!” risposi e, cuccio cuccio, raggiunsi la ferrovia. Protetto dalle spinacacie che correvano lungo il tracciato, mi avviai verso Udine. Incontrai anche tanti altri sbandati, ma ognuno camminava per proprio conto. Attraverso paesi, frazioni e casolari riuscii finalmente ad arrivare a Udine. Entrando in città mi venne la palpitazione di cuore perché la ritenevo come il mio paese, anzi per dire meglio, come la casa mia paterna. Rividi la caserma dove avevo fatto le istruzioni come coscritto, i giardini pubblici, il piazzale della stazione! Lungo le strade si vedevano soltanto i soldati italiani sbandati e i negozi erano tutti chiusi. 
 
Passai la notte in uno scantinato, mentre gli austriaci aveva gia circondato la città. Scappai di nuovo verso il Tagliamento sotto un temporale che faceva paura ed in mezzo al fango. Vidi un aeroplano tedesco che ogni tanto lasciava cadere qualche bomba, mentre altri aeroplani italiani seguivano la nostra ritirata senza essere disturbati da nessuno. Arrivo anche una pattuglia del nostro genio militare che stava avvertendo di fare presto ad attraversare il fiume perché di li a poco il ponte sarebbe saltato in aria per fermare 1’avanzata austriaca. Stavamo scappando soldati e civili e dopo aver percorso tre o quattro chilometri sentii, dietro alle mie spalle, un boato pauroso: per la fretta il ponte era stato distrutto mentre soldati e civili lo stavano ancora attraversando. Vi furono molte vittime, come si seppe dopo. Superato il ponte ci buttammo nell’aperta campagna alla ricerca di zucche e cavoli e chiedendo 1’elemosina presso le case che si incontravano. 
 
Arrivai in un paese che si chiama Cotroipo e notai due barche che trasportavano delle mele: ne presi una ma un borghese mi redarguì come si fa ai cani. Seguito a camminare ed arrivo a Casarsa. Qui busso in una casa e viene ad aprire un uomo anziano al quale chiedo qualcosa da mangiare. Mi da un bel pezzo di polenta e con questo tirai avanti per un po’. Non appena mi ero allontanato da questa famiglia ecco un aeroplano tedesco che incomincia a sganciare le bombe. Terminato il bombardamento riprendo il mio vagare senza meta e con la disperazione nel cuore. Entro nella provincia di Belluno e prosegue la mia marcia senza speranza. Continuando a camminare seppi che molti sbandati si erano suicidati per porre fine alle sofferenze, ma a me tale proposito non mi sfioro mai. Sapevo che dal paradiso i miei genitori mi proteggevano e ciò continuava ad infondermi tanta forza e speranza in un avvenire migliore. 
 
Arrivai, dopo molti giorni e attraverso stenti e sofferenze di ogni genere, in un paese che, poi seppi, era Bassano del Grappa. Qui avvenne come un miracolo perché ritrovai la mia Compagnia dispersa sull’Isonzo. Tutti mi si strinsero interno per chiedere cosa mi era successo per rimanere lontano per cosi lungo tempo. Raccontai nemmeno la terza parte di ciò che mi era accaduto, cosi come la sto raccontando adesso. Infatti per descrivere tutta la tragedia, i patimenti, i pericoli e la morte sempre davanti agli occhi avrei avuto bisogno di chissà quanta carta e soprattutto di una buona memoria. Venni riarmato e riequipaggiato e rientrai nella mia squadra. 
 
Qualche giorno ancora per motivi organizzati ed ecco la nuova marcia verso il fronte del trentino a Monte Fiore. Poco prima di arrivare sul posto, era di mattina perché avevamo marciato tutta la notte, sentivo la testa gonfia che mi bruciava e marcai visita. Il medico della Compagnia riscontro 39 di febbre e mi invio all’ospedale di Bassano. Qui mi fu detto che la febbre era di natura viscerale e mi chiesero cosa avessi mangiato. Risposi che i miei scarsi pasti erano consistiti in zucche, cavoli ed altra verduraglia. Venni trasferito, cosi, nell’ospedale di Novi Ligure, in provincia di Genova, ed anche qui sempre domande su domande su ciò che avevo mangiato. Dissi la verità, fui curato con digiuni e pasticche e dopo quindici giorni, guarito per modo di dire, rientrai all’8’ Reggimento Alpini di stanza a Mondovi. 
 
Poi fui inviato, dopo oltre un mese di permanenza in questa città, a fare un corso di mitragliere a Brescia. Si trattava di un’arma nuova in dotazione di un Battaglione, di recente formazione, composto da una Compagnia Alpini, una di Fanteria ed una di Bersaglieri. C’era con me anche il compaesano Francesco Rotondi detto Francesco Ciriciccia. A corso terminato, il quale fortunatamente duro molto tempo, ben equipaggiato, mitragliatrice e conducente, nuova partenza per il fronte con destinazione in un paesetto chiamato Trichetto. Qui nessuno sapeva quale era il nostro compito. Ci spostavano una volta in un posto e una volta in un altro. Avanzavamo senza trovare alcuna resistenza anche se a volte eravamo in seconda e anche in terza linea. In ultimo e quasi a guerra finita si seppe che il nostro era un battaglione di Riserva.
  
4 novembre 1918 armistizio: e finita la guerra. Rientrammo a Brescia per riconsegnare tutto 1’armamentario di guerra e dopo diversi mesi, che non passavano mai, il giorno 6 settembre 1919, cambiamento di reparto in una Compagnia di Sussistenza a Milano. Il 16 settembre 1919 di nuovo al Deposito Mitraglieri di Brescia e finalmente il tanto sospirato congedamento. Chi legge nell’avvenire questo mio scritto non deve farsi un sorrisetto per gli errori grammaticali che ho fatto, su tutti i punti di vista, in queste pagine. Ma se e un benpensante saprà comprendere il mio pensiero sulle tante cose che avrei voluto esprimere, ma mi e mancata l’istruzione.
 
Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria

 

 

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