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Il terremoto del 1915 e come fu vissuta a Balsorano la guerra 1915-18.
Testi a cura di Giovanni Tordone  maggiori info autore

Era il primo e, fino al termine della guerra, di questi luttuosi e dolenti telegrammi all'ufficio postale di Balsorano ne pervennero altri cinquantasette ed ogni volta si ripetettero scene di dolore straziante. Alcuni genitori, già sofferenti, non reggendo allo strazio, morirono di crepacuore. Lo scoppio della guerra coincise con l'arrivo dei primi tiepidi calori estivi. In brevissimo tempo Balsorano era stata spopolata dai giovani, dalle forze cioè che potevano dare una grossa mano alla ricostituzione delle famiglie ed alla ricostruzione del paese. Si vedevano in giro soltanto bambini mal nutriti e scalzi, anziani malandati in salute e con lo sguardo assente, donne vestite di nero, con i rosari in mano le quali, in lungo corteo si recavano al cimitero per accendere lumini sulle fosse contenenti i resti delle vittime del terremoto. La ricostruzione del paese, con lo scoppio della guerra, subì un netto rallentamento provocando, in tal modo, il prolungamento delle dimore nelle tende e nei pagliai. 
 
Il fango delle vie fu sostituito dalla polvere, alle intemperie invernali successe il caldo estivo che portò con sé insetti e malattie infettive. Agli inizi dell'anno 1916 subentrarono anche la carestia e la fame. I cibi scarseggiarono fino al punto da costringere la popolazione a cibarsi soltanto di erbe, un poco di polenta e di un pezzetto di focaccia di mais. Soffrirono maggiormente i bambini e si manifestarono, tra i giovani, diversi casi di tisi. Le uscite del maresciallo dalla caserma, accompagnato da un carabiniere, erano seguite dalla popolazione con sbigottimento. Tutti si chiedevano: "Dove andrà? In quale casa porterà la notizia della morte del figlio o del marito in guerra?" E dietro di lui, a debita distanza, si formava una lunga fila di donne piangenti e sgomente. Le notizie dei decessi in guerra si spargevano come un baleno tra le baracche già costruite e tra quelle in costruzione. Alla fine di aprile dell'anno 1917, era il giovedì santo, il maresciallo si recò in casa di Rosetta Troiani. Trovò i figli Annamaria, Leonardo e Domenica, rispettivamente di otto, sei e tre anni che stavano giocando fuori dell'abitazione. Il maresciallo chiese alla più grande se la mamma era in casa. - No, non c'è! rispose la bimba - È andata al cimitero per accendere i lumini a nonna e a nonno che sono morti al terremoto! Tu volevi bene ai nonni? - Si che gliene volevo; mi davano sempre i soldi per comperare i confettini! E adesso chi te li compera i confettini? Nessuno perché mamma non ha i soldi e papà è in guerra! 
 
Il maresciallo si girà di lato per asciugarsi gli occhi, poi mandò il carabiniere a comperare un cartoccetto di confettini colorati. Nel frattempo li intorno si era radunata un po' di gente. E mentre egli stava consegnando i confetti, in fondo alla strada apparve Rosetta con altre due donne le quali erano andate con lei al cimitero. Il maresciallo fece allontanare i bambini da alcune delle presenti e la cosa non sfuggì alla povera donna. Rosetta non ebbe nemmeno la forza di fare ancora un passo; gettò un grido straziante e cadde seduta su un muricciolo. Il maresciallo tornò in caserma e, ripensando a quei piccoli orfani, si chiuse in ufficio e non volle vedere nessuno. Verso sera, accertatosi che i bambini erano stati portati presso alcuni parenti, andò ad espletare il triste ed ingrato dovere. Pur se in mezzo ad un mare di difficoltà, la vita a Balsorano stava riprendendo. Fu portata a termine la costruzione delle casette asismiche, venne eretta una chiesetta parrocchiale, in legno e di modestissime dimensioni ed altrettanto fecero i frati di S. Francesco. 
 
Tra l'immane tragedia del terremoto e le notizie dei morti e feriti in guerra che pervenivano man mano, quei luoghi di culto davano almeno la possibilità di stare più vicini a Dio e di averne conforto. Le novità sull'andamento della guerra venivano apprese da un quotidiano al quale era abbonato un benestante del paese, che arrivava con qualche giorno di ritardo. A volte, per gli scioperi o altri impedimenti, il ritardo si protraeva per diverso tempo ed allora ci si affidava ai "si dice" e ai "pare che". In tal modo si passava, con disinvoltura, dal pessimismo più crudo all'ottimismo più sfrenato. Le fucine delle menzogne erano i forni e i mulini. Un breve cenno, una parola sussurrata all'orecchio ingigantivano man mano fino a diventare fatti certi e documentati. E c'era anche qualcuno il quale si divertiva a creare allarmismi ed inquietudini specialmente quando si trattava di omonimie. Infatti, i cognomi Fantauzzi, Tuzi, Buffone, Valentini e Perruzza con i nomi Antonio, Francesco, Giovanni, Giuseppe e Pasquale rappresentavano oltre il novanta per cento della popolazione maschile locale e, sovente, alle autorità era difficile individuare i destinatari delle comunicazioni riguardanti i Caduti, i feriti ed i soldati fatti prigionieri. 
  
Il fato, purtroppo, non si accontenta mai di una sola calamità e quando, ormai, alla fine dell'anno 1918 le ferite del terremoto si stavano cicatrizzando e le funeste notizie dai fronti di guerra si erano un poco attenuate ecco l'insorgere fulmineo e tragico di una tremenda epidemia: la spagnola! In meno di due mesi il morbo provocò numerosi decessi, in particolar modo tra le giovani donne intorno ai venti anni. Da parte dei superstiti si verificò un esodo massiccio verso le campagne alla ricerca di posti più sicuri. E per questo motivo i corpi delle sventurate vittime spesso rimanevano nelle case per diversi giorni prima di essere trasportati al cimitero. Ma anche quest'orribile evento passò, come passò la tragedia del terremoto e furono mitigati i tanti lutti della guerra. A Balsorano il 4 novembre 1918 venne festeggiato con il suono delle campane ed i reduci furono accolti trionfalmente. Ma nell'animo delle madri, delle mogli e delle fidanzate di coloro che non tornarono rimase sempre, viva e struggente, una ferita che sanguinò per tutta la vita. Senza ombra di dubbio i quattro anni che trascorsero dal 1915 al 1918 furono i più funesti della storia millenaria di Balsorano. 
 
Testi tratti dal libro Sull'Altare della Memoria
 
  

Note
(1) Periodico: L'Idea Nazionale, articolo "La morale della favola" 14.1.1915, dal libro "13 gennaio 1915 Il terremoto della Marsica" a cura di di S.Castennetto e F. Galadini C.N.R. pag. 14. I vivissimi ringraziamenti dell'autore vanno al dinamico e tenace ricercatore locale Giuseppe Tullio, il quale gli ha dato modo di rilevare quanto su riportato. 
 
 

 

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